| Il «Faro» dei Rulli Frulli
e il modello del (vero) bene comune
che è (anche) profitto per tutti
di Paolo Foschini
Care, cari,
bentrovate e bentrovati.
Questa volta saremo veramente brevi. Un film di tamburi e inclusione, un libro e un’impresa di lavoro e uscita dal carcere, la sfida dell’economia sociale in Europa oggi. Sono i tre capitoli della Newsletter di questa settimana. E nella loro diversità hanno un denominatore comune molto chiaro: la smentita per l’ennesima volta – se ce ne fosse ancora bisogno – della vecchia teoria economica classica per cui il profitto del singolo ricade su tutti. Una balla fotonica: il profitto del singolo, sganciato dal resto, ricade solo su di lui e degli altri chissenefrega. E questo non significa dire che il profitto è il diavolo, ma solo che non sta al primo posto e che casomai la piramide va rovesciata: è l’attenzione al bene comune, se ben coltivata, a generare (anche) profitto per i singoli.
Così l’esperienza dei Rulli Frulli, che sulle nostre pagine di Buone Notizie abbiamo raccontato in varie occasioni e che ora è diventata anche il film di cui ci ha parlato qui sopra l’amico Marco Golinelli, nel tempo ha generato non solo accoglienza e inclusione per i ragazzi di tante famiglie ma – per esempio – un ristorante in cui c’è chi lavora, possibilità di autonomia abitativa per qualcuno e più in generale ricadute positive e di benessere per il territorio in cui la banda si muove.
Vale anche per la storia che Paola D’Amico ci racconta qui di seguito: è la storia del reinserimento lavorativo di una persona detenuta, che oggi grazie a una impresa sociale ha trovato una collocazione stabile, indipendente, fuori dal carcere, nella legalità, e in definitiva una vita che non rende semplicemente autonoma e felice quella persona ma – moltiplicata per le persone a cui è stato consentito lo stesso percorso – garantisce alla società più sicurezza di quanta ne garantiranno mai i muri e le sbarre di qualsiasi prigione a meno di non volerci chiudere dentro per tutta la vita anche chi ha rubato una mela: perché invece, quando uscirà, senza un lavoro ne ruberà inevitabilmente due.
Non a caso è il modello di Trump sempre più simile, spiace dirlo ma lo dice la cronaca, a quello dell’Iran: in galera o sottoterra chi non piace a chi comanda, mentre la violenza non cala ma cresce. Con l’aggravante, nel caso del presidente americano, di aver dissotterrato e restituito sfrontatezza di “modello” proprio a quella teoria di cui sopra e che speravamo, se non seppellita per sempre, almeno sulla via di esserlo: il profitto è mio e non sto neanche più a dirla, l’ipocrisia che fa bene a tutti.
Per questo chiudiamo facendo il punto sulla sfida contraria che – incrociando davvero le dita perché non venga schiacciata dall’andazzo generale – oggi trova nell’Europa il suo ultimo baluardo, ammesso che l’Europa voglia continuare a esserlo: e la sfida è quella di una economia diversa. L’economia sociale, così si chiama. Quella che nel 2021 aveva visto nascere il Piano d’azione europeo per coltivarla, sostenerla, incentivarla. Quella per cui finalmente anche l’Italia è riuscita nell’ottobre scorso a produrre il suo Piano nazionale. La stessa che ora, alla luce delle nuove priorità dettate da una agenda internazionale sempre più fitta di parole come scontro e riarmo, sembra essere davanti a una strada in salita. Grazie a Giulio Sensi, che trovate qui in fondo alla Newsletter, per averci ricordato tutti i motivi che continuano a rendere quella sfida troppo importante per perderla.
Accipicchia, anche stavolta siamo stati meno brevi di quel che pensavamo. E quindi grazie anche a voi per la pazienza.
Le altre buone notizie della settimana le trovate domani, 20 gennaio, all’interno del Corriere della Sera, come ogni martedì.
Come sempre buona lettura.
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