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Non lasciamo soli i giovani davanti alla rivoluzione digitale
Quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’educazione? Giovedì 7 maggio «L’Osservatore Romano» ha proseguito il cammino intrapreso sulle pagine del nostro giornale lo scorso 29 ottobre, con l’intervista al prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, cardinale José Tolentino de Mendonça, e lo scorso 25 febbraio, con l’articolo di Isabel Capeloa Gil, rettore dell’Università Cattolica Portoghese, presidente di Strategic Alliance of Catholic Research Universities (SACRU).
Lo abbiamo fatto ascoltando gli esperti che, quotidianamente, trattano questo tema “dal basso”, cioè con i giovani studenti e nelle aule di scuola. La tavola rotonda, moderata dal direttore, Andrea Monda, e dal vicedirettore editoriale dei media vaticani, Alessandro Gisotti, ha visto la partecipazione di don Andrea Ciucci, sacerdote ambrosiano e cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita, della professoressa Giovanna Maria Luceri, docente di letteratura inglese presso il liceo ginnasio statale Orazio di Roma, e del professor Angelo Bertolone, insegnante di religione cattolica presso l’arcidiocesi di Milano e docente presso l’università Cattolica di Milano. (guglielmo gallone)
ANDREA MONDA: La scuola, la famiglia e la Chiesa sono tre grandi agenti dell’educazione e della comunicazione che sono investiti direttamente dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA). Ecco perché li abbiamo voluti mettere al centro dei nostri approfondimenti. È vero, ci sono aspetti di natura tecnica che si stanno sviluppando in maniera velocissima, ma ci sono aspetti di natura umana che questa rivoluzione tocca da vicino. Quali sono quelli più importanti, restando nel perimetro educativo e in particolare in quello scolastico, dal vostro punto di vista?
ANDREA CIUCCI: Partiamo da un dato di fatto: l’IA viene scoperta dagli studenti, viene fatta entrare nella scuola dagli studenti e non dai professori. Significa che i modelli di machine learning in grado di comprendere e generare testo in linguaggio umano entrano dal punto di vista dei giovani: i ragazzi sfruttano l’IA per non fare i compiti, oppure per farli al meglio e il più velocemente possibile, anche a detrimento del proprio percorso culturale. Prima domanda: come mai gli studenti, e non la scuola, si sono accorti per primi dell’IA? Seconda questione: è sempre più diffusa l’idea che “tanto è potente e veloce che è impossibile gestire il fenomeno”. E allora la risposta diventa: blocchiamo tutto, poi vediamo che succede. Come mai? Terza questione. I large language model (LLM) producono contenuti: prima solo testuali, ora non solo. E sono migliorati moltissimo. Quindi, vanno a toccare un aspetto specifico della questione didattica: le nozioni e la trasmissione delle nozioni. Ma l’esperienza didattica può essere ridotta alla mera trasmissione delle nozioni? La scuola insegna nozioni, o dovrebbe insegnare uno spirito critico, cioè il saper abitare la molteplicità delle nozioni e delle questioni? Allora, se gli LLM sono uno tsunami per le nozioni, cosa significa integrare questi elementi, che ci offrono sovrabbondanza e velocità, con l’abitare e l’imparare un metodo, uno spirito critico?
ANGELO BERTOLONE: Vorrei portare la mia esperienza di insegnante. Io nelle classi faccio una sperimentazione didattica basata su “interrogare l’algoritmo”. La prima cosa che è emersa è la povertà linguistica. Cioè, nell’interazione con il chatbot mi aspettavo di leggere richieste di generazione di immagini o descrizioni dettagliate. Invece, ci siamo accorti di una certa povertà linguistica nell’interazione con la macchina. Questo dice molto sulla scelta delle parole. E, di riflesso, mi porta non essere così sicuro che siano i giovani a guidarci in questa rivoluzione digitale. Io vedo un utilizzo non mediato, un utilizzo impulsivo e antropomorfizzato della tecnologia. Immaginano che dietro la macchina ci sia un alieno che risolve tutti i problemi. Quando faccio vedere ai ragazzi come uso l’IA, passando da un tool all’altro, tra ChatGPT, Claude e NotebookLM, la prima cosa che mi dicono è: “Non avevo mai usato così questi strumenti”. Un’altra cosa di cui mi sono reso conto riguarda il problema dell’accesso ai sistemi di IA. Abbiamo chiesto ai ragazzi di una scuola media come usano l’IA. Su 93 intervistati, il 41,9% utilizza l’IA tutti i giorni o quasi, il 41,9% la usa una o due volte a settimana. “Mai” soltanto l’1%. Ed è bene ricordare che, in questo range di età, per legge, non dovrebbero avere accesso all’IA. A quanto ci dicono, hanno accesso tramite l’account dei genitori. “Qualche volta” verificano l’informazione; solo il 15% la controlla sempre. Usano soprattutto ChatGPT, seguito da Gemini.
GIOVANNA MARIA LUCERI: Se i ragazzi continuano a usare l’IA in modo sbagliato, mancheranno di esercizio. Questo mi pare il primo aspetto da sottolineare: l’esercizio è importante per sviluppare le capacità e per non regredire in una forma di pigrizia mentale. Ora gli studenti, a casa, traducono direttamente usando l’IA. Quello che arriva a noi non è la loro traduzione. Sono traduzioni perfette e a volte è difficile valutarle. Se dunque mancano questi due elementi, esercizio e valutazione, la situazione è sempre più difficile da gestire. Data la velocità con cui tutto ciò avviene, la domanda è questa: come si svilupperà il discorso della conoscenza nei prossimi anni? A livello scolastico, la velocità è estremamente difficile da gestire. Faccio un esempio pratico: la verifica in classe era un momento importante; adesso ci troviamo davanti a 25 alunni che possono ingannare facilmente. Anche in classe. Noi ritiriamo gli smartphone e gli smartwatch, ma non è facile poter controllare ogni alunno. Quindi esiste questo dubbio: l’inganno. L’inganno da parte di un adolescente verso un insegnante che è adulto. Ed è difficile porsi di fronte a questo. Da parte mia, cerco una traccia, qualcosa che possa mettere in difficoltà il sistema elettronico. Capiamo l’inganno, vorremmo evitarlo. In sostanza, dobbiamo stare al gioco.
DON ANDREA CIUCCI: Cosa significa per voi porre dei temi di verifica a cui davvero un sistema non può rispondere? Può fare qualche esempio?
GIOVANNA MARIA LUCERI: Significa dare uno spunto di riflessione, chiedendo una critica a quanto stiamo offrendo. Questo forse può, a volte, portare a un miglioramento dell’interazione, anche se pure in questo campo l’IA può rispondere. Perché, non dobbiamo mai dimenticarlo, l’IA risponde a tutto.
ALESSANDRO GISOTTI: Non vi sembra allora che, di fondo, ci sia il voler non fare i conti con la fatica? La fatica di pensare, di ragionare, di sbagliare, di accettare anche di avere davanti a sé domande a cui non c’è una risposta. Perché l’IA — come diceva pure la professoressa Luceri — a qualsiasi domanda tu faccia, una risposta, anche se magari sbagliata, te la darà. Ma non ti rivolgerà mai una domanda! Se tu non fai una domanda, l’IA rimane silente, è un sasso!
ANGELO BERTOLONE: Io penso una cosa: se ai ragazzi spieghi che l’IA non ha proprietà semantiche né comprensione di un’esperienza, se fai vedere loro come la macchina trasforma il testo — attraverso gli strumenti numerici —, se fai capire loro che siamo davanti a una macchina che esegue senza comprendere, allora cambiano idea. Luciano Floridi dice: “L’IA aiuta chi sa”. Chi non sa, non sa come utilizzarla. È lo stesso principio del mio professore di matematica che ci permetteva di consultare gli appunti durante la verifica: “Se avete studiato, sapete come utilizzare gli appunti, altrimenti no”, diceva. La soluzione allora non è tornare indietro, bensì provare a immaginare come andare avanti. Quindi io la porrei dal punto di vista del: “Cerchiamo di capire cosa fare per integrare queste tecnologie”, di cui oggi ci preoccupiamo. Il mio punto di vista è educativo. Se un ragazzo scrive con l’IA, mi deve spiegare che cosa le ha chiesto. Abbiamo fatto un esercizio in cui chiedevo ai ragazzi di interagire con un chatbot. Molti si fermavano alla prima domanda perché nessuno ha spiegato loro che la macchina può fare altro e che ci sono cose che la macchina non può fare.
ALESSANDRO GISOTTI: Credo però che debba anche esserci una forte spinta da parte delle istituzioni. L’impatto economico e finanziario di queste big tech companies è enorme. E la sfida si gioca sostanzialmente tra le due sponde del Pacifico: tra Stati Uniti e Cina. Allora abbiamo bisogno della politica al più alto livello, che riesca a intervenire su questo terreno in modo concreto. Non bisogna distruggere niente, non è tempo di neoluddismo. Sarebbe come pensare di non usare più lo smartphone, il computer, l’elettricità. Anche perché, dobbiamo sempre ricordarlo, l’intelligenza artificiale è artigianale: è nostra! Nessun alieno ce l’ha portata da un altro pianeta. Di algoritmo si parla da decenni, se non da secoli: il termine deriva dal nome del matematico persiano Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi ed è entrato nella cultura occidentale attraverso la tradizione matematica araba. Si parla tanto dei giovani, ma la responsabilità dipende da noi adulti: dobbiamo capire come fare in modo che questi strumenti aiutino e non sostituiscano il pensiero critico e la creatività.
DON ANDREA CIUCCI: Mi piacerebbe stimolarvi su tre cose. La prima: cosa accadrebbe se la verifica non avesse il voto? I ragazzi userebbero comunque l’IA? La seconda: perché non pensiamo a un compito che preveda non solo l’esito del prompt, ma anche il prompt stesso? Cioè, “fammi vedere, studente, le domande che fai all’IA”. Terzo elemento: se studiare dovesse significare farsi una passeggiata in montagna, stare in relazione, fare una lezione a contatto con la natura? Cioè, se l’IA fosse l’opportunità per favorire finalmente un approccio all’educazione integrata e integrale?
GIOVANNA MARIA LUCERI: Abolire il voto è un’idea interessantissima. Però si dovrebbe, a questo punto, cambiare il ruolo degli insegnanti. Per esempio, si potrebbe sfruttare l’IA per le nozioni e fare in modo che i docenti curino altri aspetti che oggi vengono trascurati: la relazione con l’alunno, l’attività creativa, uscire dalla scuola, avere un contatto con l’ambiente.
DON ANDREA CIUCCI: Mi scuso se glielo domando in modo così diretto, ma perché la scuola non lo sta facendo?
GIOVANNA MARIA LUCERI: Credo che diamo ancora troppo valore e importanza al vecchio schema dell’istruzione.
ALESSANDRO GISOTTI: I temi della solitudine e della noia sono stati molto presenti nei momenti di confronto con tanti giovani che sono venuti a trovarci grazie alla rubrica #CantiereGiovani del giornale. Molti ragazzi hanno la paura, direi che hanno il terrore della noia, del vacuum. La nostra generazione sopportava la noia. Oggi no. I giovani non la sopportano. E ad ogni domanda vogliono una risposta. Immediata. Allora mi chiedo se questi strumenti siano dei potenziometri della solitudine oppure possano essere un aiuto, magari parziale e temporaneo, per vincere la noia.
ANGELO BERTOLONE: Risponderei così: chi ha insegnato ai giovani che la noia non va bene? Guardiamoci attorno: quando andiamo al ristorante, vediamo i genitori da una parte e i bambini davanti a uno schermo dall’altra. La gestione della noia è un problema che viene molto, ma molto prima, cioè quando i bambini sono ancora nel passeggino. La noia è un problema antecedente. Il bambino oggi è sottoposto a ore e ore di televisione, a scelte fatte dall’algoritmo. Anche la solitudine è figlia di questo tempo. È tutta una questione educativa e nasce anche da lì.
GIOVANNA MARIA LUCERI: Sentiamo spesso di casi di suicidio o di tentativi di suicidio. Questo rimane un problema che ci lascia veramente attoniti e ci fa pensare al nostro agire, a tutto ciò che noi portiamo nella classe e al fatto di non rendercene conto. È da mettere in relazione con gli input che i ragazzi ricevono con la tecnologia: non farebbero pensare a uno stato di solitudine o di noia, eppure essi sono onnipresenti.
DON ANDREA CIUCCI: Il tema dell’iperattività va di pari passo con il tema della solitudine. È evidente che oggi l’IA diventa consigliere affettivo e spirituale perché c’è sempre, perché mi crea meno imbarazzo, perché non sarà mai brutale né mai mi sgriderà. Da un certo punto di vista risponde a un bisogno, ma risponde senza far capire che c’è bisogno dell’altro. C’è una cosa di fondo: oggi lo tsunami dell’IA ci sta riproponendo di affrontare le questioni essenziali. Non dovremmo tornare a ripensare, accanto a una didattica ipertecnologica, una costruzione dei fondamentali dell’umano? Come ritornare a custodire i fondamentali? Questa è una delle questioni che l’IA ci pone. In questo senso l’IA è una grazia: ci impone di tornare all’umanità delle persone.
ANGELO BERTOLONE: Sono d’accordo. Credo che le metodologie didattiche che dovremmo mettere in campo al tempo dell’IA superino l’importanza dell’IA stessa. Bisogna ripensare il setting dell’apprendimento. Il punto non è investire sulla tecnologia, bensì sulla metodologia. Non posso usare la LIM solo per proiettare un video. La utilizzo per interagire con lo studente. Ma, soprattutto, mi serve davvero la LIM? È uno strumento che molte volte è utile, ma altre no. Mi serve la tecnologia nella mia classe? Come posso usarla integrandola anche nella forma di educazione di cui stavamo parlando prima? La tecnologia è un supporto per fare di più e per fare in maniera efficiente, ma il passaggio cruciale è: quando questa efficienza diventa efficacia? Noi cosa vogliamo valutare? La prestazione o il processo?
ANDREA MONDA: Ringrazio gli ospiti per questo confronto e per le tante domande che ci avete lasciato. Abbiamo capito molte cose ma forse, più di ogni altra, abbiamo capito che non possiamo delegare l’educazione agli strumenti dell’IA. Se lasciamo i ragazzi da soli davanti a queste tecnologie, non impareranno davvero a usarle. Per questo dobbiamo essere noi, anzitutto, a educarci all’intelligenza artificiale, per poter poi diventare educatori dell’IA. Ed è interessante pensare che questo non sia soltanto un tema tecnologico, ma profondamente educativo. Perché ci riporta — come diceva prima Alessandro Gisotti — al ruolo della politica. Alla vera politica, che deve saper intercettare le sfide e indirizzare l’umanità, tanto adulta quanto giovane, dentro le sfide di una rivoluzione così epocale. Papa Leone XIV lo ha fatto capire fin dall’inizio del suo pontificato.
Fonte: L’Osservatore Romano al LINK