La recensione di Roberto Alborghetti al ”Dizionario poetico dell’umano” illumina il mio libro.
Giornalista e artista visuale, Alborghetti ha attraversato le 140 voci del libro soffermandosi sul rapporto tra parole, cura, ascolto, relazioni e percezione. Ha riconosciuto nei racconti altrettante “soglie narrative”, luoghi nei quali fermarsi per lasciare che una parola torni ad avere peso, profondità, capacità di raggiungere la vita.
Un antidoto al venir meno delle parole, che lui denuncia riportando dati statistici preoccupanti. Si domanda, e di conseguenza ci domanda, se l’analfabetismo lessicale sia l’anticamera di un’alterazione delle stesse relazioni umane.
Per questo, mi ha colpito soprattutto il suo aver colto una delle tesi fondamentali del Dizionario: in un tempo attraversato da una comunicazione sempre più veloce, dalle immagini che si susseguono e dalle parole che spesso si consumano prima ancora di essere ascoltate, ritrovare il tempo della parola significa allenare una facoltà percettiva. Una facoltà che riguarda tre oggetti precisi: l’umanità, il mondo vivente, chi ci vive accanto.
Grazie a Roberto Alborghetti per aver dedicato al libro uno sguardo così attento e per averne colto questa dimensione di cura e di percezione.
La recensione si può leggere qui