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Intervista a Sergio Astori
Prendersi cura delle parole è prendersi cura delle persone
Dal 2019 è Benemerito del Pio Istituto dei Sordi e con noi ha dato vita a un percorso condiviso con #ParoleBuone (www.parolebuone.org), il progetto da cui abbiamo attinto per le parole della serata dei Benemeriti.
Come nasce il tuo legame con il Pio Istituto dei Sordi?
Conosco l’Istituto da diversi anni, ma il rapporto si è intensificato durante la pandemia, quando molte fragilità già presenti sono diventate più visibili e più dolorose. Mi sono accorto che l’isolamento e la distanza relazionale colpivano in modo ancora più duro le persone con disabilità uditiva. In quel contesto il Pio Istituto ha riconosciuto in #ParoleBuone un linguaggio possibile: semplice ma non banale, inclusivo, capace di tenere insieme parola, relazione e speranza. Ho sentito una risonanza profonda tra il mio lavoro di cura e la missione della Fondazione: prendere a cuore le persone, prima ancora di organizzare prestazioni o servizi. Nel 2019 l’Istituto mi ha conferito il riconoscimento di Benemerito, che considero non tanto un titolo quanto un segno di fiducia reciproca e di cammino condiviso.
Quali valori condividete?
Prima di tutto la dignità della persona, che viene prima di ogni etichetta, diagnosi o definizione. Condivido l’idea che la disabilità non sia solo una condizione individuale, ma una realtà che interroga la comunità, il linguaggio, le relazioni. E l’attenzione all’accessibilità, non come gesto tecnico ma come scelta culturale: rendere accessibile significa dire “tu sei atteso”, “tu sei previsto”, “tu conti”. Infine il valore della parola come ponte: una parola che non esclude, non ferisce, non umilia, ma accompagna, apre, custodisce.
Che cos’è per te la disabilità uditiva?
Non coincide con una mancanza, ma con una differenza nell’esperienza del mondo. Rende evidente quanto la comunicazione non sia mai scontata e quanto spesso siamo noi, come comunità, a non saper cogliere la generatività che la vita ci offre. Ci invita a interrogarci su come ascoltiamo, su come parliamo, su come costruiamo i nostri spazi relazionali: per questo non riguarda solo chi la vive direttamente, ma tutti noi.
Perché una persona o un’azienda dovrebbe sostenere il PIS?
Perché qui si costruiscono futuro, cultura, inclusione reale. Sostenere il Pio Istituto significa investire in un’idea di società in cui nessuno venga lasciato ai margini del linguaggio, della formazione, delle opportunità. È un sostegno che genera valore sociale, umano e civile, ben oltre i confini della Fondazione.
Un momento che ricordi con particolare emozione?
Vedere #ParoleBuone diventare non solo tradotte, ma ripensate nel loro ritmo e nella loro essenzialità, grazie ai laboratori e alle iniziative condivise, dal Giubileo alla GMG, in cui sono state offerte a decine di migliaia di persone. Le abbiamo viste arrivare in gruppi vacanza e oratori estivi anche con giovani sordi, in classi dall’infanzia all’università, ai festival nel verde, fino a un banchetto di nozze. Il PIS ha condiviso fin dall’inizio l’intuizione fondamentale: prendersi cura delle parole significa prendersi cura delle persone, soprattutto di quelle che rischiano più facilmente di restare in silenzio, non per scelta, ma per mancanza di ascolto.
Mi ha toccato ritrovare lo stesso sentire nelle parole di Papa Leone XIV nella Messa di Natale: la carne umana “desidera parole buone”.
Le parole non sono solo suoni: sono gesti, sono possibilità di incontro.