di Marco Golinelli*

 

Siamo felici di dirvelo: Il Faro, il film che racconta il nostro viaggio, arriva a Milano il 20 gennaio alle 19:30, all’Uci Cinemas Bicocca di Viale Sarca 336, angolo via Chiese.

Vi aspettiamo per una serata speciale. Perché questo documentario parla di noi, ma soprattutto parla di incontri, musica, possibilità. Racconta la storia della Banda Rulli Frulli, nata nel 2010 a Finale Emilia, fatta di strumenti improbabili, di persone diverse e di una energia capace di frasformare fragilità in forza.

 

Il Faro dura 72 minuti, ma dentro ci sono anni di prove, concerti, laboratori, viaggi e vita condivisa. Il racconto di una comunità che cresce insieme e accende una luce per chi spesso non trova spazio. Una esperienza che oggi è diventata anche un modello studiato nelle università e una speranza concreta per tante famiglie.

Dopo la proiezione incontreremo il pubblico assieme a chi, in modi diversi, condivide con noi l’idea che la musica possa essere uno strumento di inclusione, relazione e cambiamento.

Il film ha viaggiato in molti festival, in Italia e all’estero, ma ogni proiezione è unica. Perché senza di voi è solo un film.

Venite al cinema con noi. Sedetevi in sala e lasciatevi attraversare dalle storie, dai suoni, dalle persone. Il Faro non parla solo di noi: parla anche di voi.

Noi siamo i Rulli Frulli.

E questo viaggio è aperto.

*Banda Rulli Frulli

 

Il «Faro» dei Rulli Frulli

e il modello del (vero) bene comune

che è (anche) profitto per tutti

di Paolo Foschini

 

Care, cari,

bentrovate e bentrovati.

 

Questa volta saremo veramente brevi. Un film di tamburi e inclusione, un libro e un’impresa di lavoro e uscita dal carcere, la sfida  dell’economia sociale in Europa oggi. Sono i tre capitoli della Newsletter di questa settimana. E nella loro diversità hanno un denominatore comune molto chiaro: la smentita per l’ennesima volta – se ce ne fosse ancora bisogno – della vecchia teoria economica classica per cui il profitto del singolo ricade su tutti. Una balla fotonica: il profitto del singolo, sganciato dal resto, ricade solo su di lui e degli altri chissenefrega. E questo non significa dire che il profitto è il diavolo, ma solo che non sta al primo posto e che casomai la piramide va rovesciata: è l’attenzione al bene comune, se ben coltivata, a generare (anche) profitto per i singoli.

 

Così l’esperienza dei Rulli Frulli, che sulle nostre pagine di Buone Notizie abbiamo raccontato in varie occasioni e che ora è diventata anche il film di cui ci ha parlato qui sopra l’amico Marco Golinelli, nel tempo ha generato non solo accoglienza e inclusione per i ragazzi di tante famiglie ma – per esempio – un ristorante in cui c’è chi lavora, possibilità di autonomia abitativa per qualcuno e più in generale ricadute positive e di benessere per il territorio in cui la banda si muove.

 

Vale anche per la storia che Paola D’Amico ci racconta qui di seguito: è la storia del reinserimento lavorativo di una persona detenuta, che oggi grazie a una impresa sociale ha trovato una collocazione stabile, indipendente, fuori dal carcere, nella legalità, e in definitiva una vita che non rende semplicemente autonoma e felice quella persona ma – moltiplicata per le persone a cui è stato consentito lo stesso percorso – garantisce alla società più sicurezza di quanta ne garantiranno mai i muri e le sbarre di qualsiasi prigione a meno di non volerci chiudere dentro per tutta la vita anche chi ha rubato una mela: perché invece, quando uscirà, senza un lavoro ne ruberà inevitabilmente due.

 

Non a caso è il modello di Trump sempre più simile, spiace dirlo ma lo dice la cronaca, a quello dell’Iran: in galera o sottoterra chi non piace a chi comanda, mentre la violenza non cala ma cresce. Con l’aggravante, nel caso del presidente americano, di aver dissotterrato e restituito sfrontatezza di “modello” proprio a quella teoria di cui sopra e che speravamo, se non seppellita per sempre, almeno sulla via di esserlo: il profitto è mio e non sto neanche più a dirla, l’ipocrisia che fa bene a tutti.

 

Per questo chiudiamo facendo il punto sulla sfida contraria che – incrociando davvero le dita perché non venga schiacciata dall’andazzo generale – oggi trova nell’Europa il suo ultimo baluardo, ammesso che l’Europa voglia continuare a esserlo: e la sfida è quella di una economia diversa. L’economia sociale, così si chiama. Quella che nel 2021 aveva visto nascere il Piano d’azione europeo per coltivarla, sostenerla, incentivarla. Quella per cui finalmente anche l’Italia è riuscita nell’ottobre scorso a produrre il suo Piano nazionale. La stessa che ora, alla luce delle nuove priorità dettate da una agenda internazionale sempre più fitta di parole come scontro e riarmo, sembra essere davanti a una strada in salita. Grazie a Giulio Sensi, che trovate qui in fondo alla Newsletter, per averci ricordato tutti i motivi che continuano a rendere quella sfida troppo importante per perderla.

 

Accipicchia, anche stavolta siamo stati meno brevi di quel che pensavamo. E quindi grazie anche a voi per la pazienza.

 

Le altre buone notizie della settimana le trovate domani, 20 gennaio, all’interno del Corriere della Sera, come ogni martedì.

 

Come sempre buona lettura.

 

«Il Ventunante» e Vincenzo

Dal carcere alla libertà con Mitiga,

quando il lavoro cambia la vita

di Paola D’Amico

Quando i carabinieri del Ros lo hanno catturato, dieci anni fa a Valencia,  Vincenzo Di Cuonzo si era reinventato una vita: “Facevo l’imprenditore, mi occupavo di ristrutturazioni”.  Coinvolto in gioventù in un traffico internazionale di droga, era stato latitante per diversi anni e ora, alla vigilia dei quarant’anni si ritrovava dietro le sbarre di un carcere, a Bollate. Ma, racconta, “non sono mai stato capace di stare con le mani in mano”. Ed eccolo immaginare e poi realizzare un progetto dei detenuti per i detenuti. Un progetto che diventa presto, nel 2018,  l’impresa sociale Mitiga (“da mitigare”, precisa, non come la terribile prigione-inferno libica che “all’epoca non conoscevo”).

 

Dopo un lungo periodo in art. 21, quello che consente il lavoro esterno di giorno per rientrare dentro la sera, dallo scorso maggio Di Cuonzo è libero, con obbligo di dimora dalle 23 alle 7. Ma è proprio nel periodo in cui usciva per lavorare di giorno e rientrava in carcere la sera, che ha incontrato il poliziotto in pensione, ora fotoreporter, Michele Maggi, il quale voleva realizzare un reportage sul mondo del lavoro e i detenuti. Maggi ha pensato di seguire Di Cuonzo e riportare in scatti le sue giornate, con luci e ombre.

Perché uscire dal carcere per lavorare, studiare o svolgere attività socialmente utili – previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria e approvazione del Magistrato di Sorveglianza – con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale, ha non poche ombre: come, per esempio, le criticità nella sua applicazione, la difficoltà di misurare l’impatto sociale effettivo, il rischio che la gestione sia troppo a discrezione del direttore penitenziario, seppur con il coinvolgimento del magistrato, e ancora la difficoltà di accesso a questo beneficio per molti.

Le persone in semi-libertà in Italia sono poche, circa 1500. Di queste, più di 600 sono a Bollate. A fine 2024, circa 21.235 detenuti lavoravano (il 34,3% della popolazione carceraria). Eppure è un fatto, sottolinea Di Cuonzo, che “il 70% di chi esce dal carcere dopo aver scontato la sua pena compie nuovamente un reato ma la percentuale di recidiva si abbassa per chi ha svolto attività lavorative durante il periodo di detenzione”.  Senza contare “il pregiudizio e lo stigma che non ti abbandonano anche quando hai scelto di cambiare strada”.

Dal loro incontro è nato Il Ventunante – La cella si apre lo stigma resta, una fanzine, un piccolo libro che raccoglie foto e testi, interviste e memorie tratte dal diario del detenuto Di Cuonzo.  Sarà presentato al Palazzo Reale di Milano venerdì 30 gennaio e sarà lo spunto per tenere acceso il dibattito rispetto alla dimensione del carcere e alle progettualità necessarie se si vuole restituire al carcere una nuova funzione concreta.

Il convegno promosso dalla Sottocommissione carcere, pene, restrizioni e giustizia del territorio, al quale parteciperanno tra gli altri Luigi Pagano, Garante carceri Regione Lombardia, Fabio Romano, presidente della associazione Incontro e Presenza e Alessia Villa, presidente della commissione speciale “Situazione carceraria in Lombardia”, l’avvocato Luca Del Bue, presidente dell’impresa sociale Mitiga, è l’anticamera di una mostra fotografica itinerante.  Libro e mostra sono il risultato di un lavoro di quasi due anni nato appunto dall’incontro e dalla amicizia di un ex ispettore di Polizia e un ex detenuto.

Economia sociale in Europa,

la grande sfida a cui aggrapparsi

e che i cittadini invocano

di Giulio Sensi
L’economia sociale in Europa comprende molte imprese e soggetti attivi in vari ambiti: servizi sociali e sanitari, istruzione, competenze e formazione giovanile; autonomia industriale e innovazione, coesione sociale e territoriale, lotta a poverà e disuguaglianze, prevenzione e protezione civile; finanza e investimenti, offerta abitativa, autonomia energetica e energia pulita, digitale e innovazione sociale; agricoltura, sovranità alimentare e sostenibilità, economia circolare. Parliamo di 4,3 milioni di realtà con 11,5 milioni di lavoratori che operano per il bene comune e la sostenibilità, anche promuovendo consumo e produzione responsabili. Un modello economico più attento ai bisogni di persone e ambiente: queste imprese sono infatti vincolate a reinvestire la maggioranza dei profitti a vantaggio dei soci e per la collettività.  Cooperative, imprese sociali, associazioni, fondazioni, società di mutuo soccorso o altre entità che generano un fatturato annuo di 912 miliardi di euro.

 

Roxana Mînzatu, vicepresidente esecutiva con delega a diritti sociali e competenze, lavoro di qualità e preparazione, è la commissaria incaricata. Nel mandato 2024-2029 il Parlamento dovrà dare piena attuazione al Piano d’azione per l’economia sociale. Il lavoro di Mînzatu è in stretto coordinamento con quello di altri commissari per garantire che l’economia sociale sia integrata nelle politiche industriali e nella transizione verde.  Il lavoro legislativo e di indirizzo prosegue attraverso commissioni specifiche ed è attivo anche l’Intergruppo per l’economia sociale, un forum stregico che riunisce parlamentari di diversi schieramenti.

 

La storia inizia nel 2017 quando la Commissione europea, su impulso dell’allora presidente Jean-Claude Junker, adotta il Pilastro europeo dei diritti sociali. Venti punti e tre assi: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro eque, protezione sociale e inclusione. “Questa – spiega Sarah de Heusch, direttrice di Social Economy Europe, la piattaforma europea che rappresenta molte organizzazioni attive – fu una tappa interessante del progetto europeo nel momento in cui l’Ue si rese conto che le ineguaglianze sociali avevano un impatto negativo sull’efficienza economica. L’attenzione alla dimensione sociale, come tutto quel che viene dall’Ue, nasce innanzitutto da preoccupazioni economiche. E l’Unione si è resa conto che le disuguaglianze fra Paesi europei sono un freno allo sviluppo”.

 

Nel 2021 nasce il Piano d’azione per l’economia sociale. “Disegnato per essere al servizio della società – aggiunge de Heusch – è un progetto politico pur essendo apartitico. E forse per questo, in un periodo di guerra ai valori di diversità, solidarietà e democrazia, perde appoggio”.

Nel 2026 la Commissione europea esprimerà la valutazione di metà percorso del Piano d’azione e molti Paesi, tra cui l’Italia, presenteranno la loro strategia nazionale in fase di realizzazione. “Già sappiamo – sottoline ancora de Heusch – che con la riorganizzazione geopolitica in corso le priorità della Ue si stanno allineando con le pratiche economiche e belliche imposte dal resto del mondo. A nostro avviso è uno sbaglio non solo perché significa la fine di ideali di pace e solidarietà ma anche perché la diversità, il dialogo e la democrazia sono il terreno fertile dell’innovazione tecnologica, sociale e politica”.

Timore confermato da Giuseppe Guerini, presidente di Cooperative Europe e membro del Cese, il Comitato economico sociale europeo. “Oggi – ricorda Guerini – competitività è la parola chiave a cui la Commissione presta più attenzione. La commissaria Roxana Mînzatu sostiene che l’interesse è confermato e che non ridurranno il loro impegno. Ma ci sono preoccupazioni sul quadro finanziario pluriennale presentato a luglio che vede la scomparsa dei fondi dedicati e passa da 52 a 16 programmi. Dovremo battagliare per contendere le risorse fra le varie aree, sapendo che oggi l’attenzione è su nuove tecnologie, riarmo e difesa”. Una sfida non facile, che verrà giocata in Europa nei prossimi anni.

I dati più recenti (Eurobarometro 2025) raccontano una popolazione europea che per il 75% considera l’economia sociale rilevante. Per il 93% dei cittadini europei tutte le imprese dovrebbero ispirarsi ai valori dell’economia sociale e più dell’80% ritiene che il pubblico debba sostenerla. “L’economia sociale ha spazio di sviluppo enorme e grande potenziale – sostene Giulia Galera, coordinatrice della ricerca – ma servono politiche che ne riconoscano l’identità, diano unitarietà al settore e lo armonizzino”.

 

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