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Intervista a Anna Debè

Da quanto conosci il Pio Istituto dei Sordi e perché hai deciso di collaborare con la Fondazione?
Proprio in considerazione delle piste di ricerca perseguite durante i miei studi, nel 2014 mi sono avvicinata al Pio Istituto dei Sordi di Milano, con il progetto di contribuire a valorizzare il patrimonio storico-educativo ancora conservato tra le mura della sua sede di via Giasone del Maino, in accordo con gli organismi direttivi e amministrativi. Avviate le indagini intorno al primo rettore, don Giulio Tarra, da cui è scaturita la pubblicazione di una monografia con Educatt, ho portato avanti anche un lavoro di catalogazione della ricca biblioteca del Pio Istituto, tuttora consultabile online sul sito dell’Ente. A seguire, mi sono occupata del coordinamento di altre ricerche storiche, volte a far emergere l’importante contributo di alcuni protagonisti della storia del Pio Istituto dei Sordi, ovvero Paolo Taverna, don Eliseo Ghislandi, Felice Carbonera e, infine, madre Teresa Bosisio e, più in generale, le suore Canossiane. I testi, a firma di Carlotta Frigerio e Veronica Fonte, sono stati editi ancora una volta da Educatt. Ultima in ordine di tempo, è stata infine la pubblicazione di un volume dedicato a ripercorrere la lunga esistenza della rivista “Giulio Tarra” (A. Debè, «Giulio Tarra». La rivista del Pio Istituto dei Sordi di Milano (1891-1994), Pensa MultiMedia, Lecce 2025).
Quali valori condividi con il Pio Istituto dei Sordi?
Oltre ad apprezzare ampiamente l’attenzione che il Pio Istituto riserva alle iniziative che sostengono la persona sorda ai fini della sua piena e reale inclusione sociale, nel corso degli anni in cui ho collaborato con l’Ente ho avuto modo di rilevare la non scontata cura rivolta alla sua plurisecolare storia. In un’epoca in cui molte istituzioni tendono a dimenticare e/o ignorare il proprio passato, spesso eliminando indiscriminatamente documenti di grande valore, il personale direttivo e amministrativo del Pio Istituto ha scelto invece di scavare intorno a una vicenda lunga oltre 170 anni, portando così alla luce persone, pratiche didattiche, riflessioni educative e momenti istituzionali risultati cruciali nel dare forma all’istituzione e alle sue proposte formative.
Cos’è per te la “disabilità uditiva”?
Ritengo necessario distinguere la disabilità uditiva in sé e per sé, che fa riferimento perlopiù al piano medico e, dunque, al deficit di natura sensoriale, dalla persona con disabilità uditiva. In quest’ultimo caso, il panorama si amplia notevolmente rispetto al semplice dato sanitario. Siamo di fronte a un uomo o a una donna che, prima di tutto, porta con sé la sua umanità, unica e irrepetibile, e che, perciò, non si esaurisce nel suo deficit. Lo studio delle disabilità sensoriali dal punto di vista storico permette di rilevare i progressi che nel corso del tempo hanno consentito alla società italiana di abbandonare numerosi stereotipi sui sordi e, nello stesso tempo, favorire un modo di concepire la sordità come solo uno dei tanti elementi – e non l’unico – che caratterizzano la vita di una persona. Da qui, si è fatto sempre più spazio un nuovo approccio antropologico ed educativo, affinché l’inclusione a più livelli della persona sorda (sociale, scolastica ecc.) possa essere assicurata. Se l’analisi storica mette in evidenza un cambiamento di prospettiva complessivamente positivo, resta comunque evidente come vi siano ancora margini di miglioramento e ulteriori passi da compiere affinché l’inclusione sociale sia piena ed effettiva.
Perché una persona o un’azienda dovrebbe sostenere le attività e l’impegno del Pio Istituto dei Sordi?
Credo che il sostegno alle attività del Pio Istituto dei Sordi trovi giustificazione soprattutto nella serietà, autorevolezza e intraprendenza che caratterizza ogni sua componente. In particolare, è da apprezzare l’ampia rete che negli anni il Pio Istituto ha costruito intorno a sé. L’Ente opera in connessione con altre numerose realtà del territorio milanese, lombardo, nazionale ma anche extra nazionale, distinguendosi dunque per non limitarsi a un atteggiamento autoreferenziale, ma aperto a una proficua “contaminazione”.