La sordità, dal punto di vista psicoanalitico, rivela infatti un punto essenziale: la parola non è riducibile al suono.
Il linguaggio non è solo fonazione, ma segno, sguardo, corpo.
Incontrare la comunità sorda ha messo in discussione la presunta equivalenza tra parola e voce, mostrando che il desiderio parla anche senza suono.

Questa alterità comunicativa mi ha affascinata profondamente: per la psicoanalisi l’Altro è il luogo in cui il soggetto si fonda e prende forma; la Lingua dei Segni, con la sua concretezza visiva, rende visibile ciò che normalmente resta invisibile: la parola come legame.

Da allora, ho continuato a coltivare questa passione sia nella pratica clinica sia nella formazione continua (disturbi della fluenza verbale, clinica sistemica, psico-genealogia). Ho lavorato per il servizio “No Barriere alla Comunicazione” del Comune di Milano e in numerose scuole, sostenendo persone sorde nella costruzione del proprio percorso scolastico e di vita.

Parallelamente, le mie esperienze missionarie in India e Kenya mi hanno confermato che ogni soggetto chiede di essere riconosciuto come parlante, qualunque sia la sua lingua.

La mia pratica clinica oggi è guidata da questo principio: dare spazio, parola e dignità al soggetto, offrendo una relazione in cui possa essere visto, ascoltato e accolto.

Da quanto conosci il Pio Istituto dei Sordi e perché hai deciso di collaborare con la Fondazione?

La mia collaborazione con il Pio Istituto dei Sordi inizia nel 2020 con il progetto “Parole Buone – Pillole di resilienza per superare la crisi”, traducendo in LIS contenuti di sostegno psicologico per mantenere un legame con la comunità sorda durante la pandemia.

Nel 2023 ho svolto colloqui psicologici in ambito scolastico e sono stata nominata benemerita dal Pio Istituto. Nel 2024 è stato attivato uno sportello gratuito di consulenza psicologica rivolto a persone sorde e famiglie con bisogni comunicativi misti, insieme alla psicologa sorda Valentina Foà.

Ho scelto il PIS perché qui ciò che considero essenziale diventa possibile: una cura che riconosce la lingua, la dignità e la soggettività della persona sorda. Il PIS è un luogo in cui l’Altro non si sottrae, ma risponde.

Quali valori condividi con il Pio Istituto dei Sordi?

Ciò che più mi unisce al Pio Istituto dei Sordi è la convinzione profonda che la comunicazione sia un diritto umano originario: non qualcosa che arriva dopo, ma ciò da cui il soggetto prende forma. Questo costituisce per me un valore cardine, che guida ogni intervento della Fondazione.

Condivido il valore dell’inclusione concreta, quella che non si limita a parole o buone intenzioni, ma si traduce in strumenti, presenza, responsabilità. Inclusione significa riconoscere la persona sorda non come qualcuno da integrare in un mondo pensato per udenti, ma come portatrice di una cultura linguistica autonoma e piena, che arricchisce l’intera società. Credo nel valore della dignità del soggetto, della sua autonomia e della possibilità di costruire un progetto di vita in cui non debba continuamente giustificare il proprio modo di comunicare.
Il PIS lavora perché ogni persona sorda possa essere protagonista del proprio percorso e non oggetto di intervento. Un altro pilastro condiviso è il sostegno alla famiglia, primo luogo dei legami affettivi e della costruzione dell’identità. Accompagnare una famiglia che incontra la sordità significa aiutarla a trasformare l’incertezza in possibilità, la paura in conoscenza, l’isolamento in relazione. Infine, riconosco come fondamentale la collaborazione in rete:
scuola, servizi sanitari, istituzioni, associazioni devono dialogare tra loro per dare continuità alla cura. Nessun intervento è efficace se resta isolato.
Il PIS ha questa visione: fare da ponte tra mondi che spesso non comunicano. In una prospettiva psicoanalitica, potremmo dire che la Fondazione custodisce un valore essenziale: offrire uno spazio dove il soggetto può essere riconosciuto nella sua parola — qualunque forma questa prenda.
Ed è in questo riconoscimento che si apre la possibilità, per ciascuno, di esistere pienamente nella relazione con l’Altro.

Cos’è per te la “disabilità uditiva”?

Dal mio punto di vista clinico, la disabilità uditiva non può essere pensata come una semplice limitazione sensoriale. La sordità introduce piuttosto una differente modalità di accesso al linguaggio e al legame sociale.
Per la psicoanalisi, è il linguaggio  e non l’udito  a costituire l’essere umano come soggetto. È attraverso la parola che il desiderio prende forma, che il soggetto può essere riconosciuto dall’Altro e può inscriversi nella comunità.

La “disabilità”, allora, non risiede nell’assenza di suono, ma nell’impossibilità di essere accolti nel discorso comune quando questo non prevede altre forme espressive.
La sofferenza psicologica non deriva dalla sordità, ma dall’esclusione: quando il bambino non può partecipare alla narrazione familiare, quando l’adolescente non trova nel mondo uno spazio per la propria voce, quando l’adulto viene ridotto a deficit e non riconosciuto come cultura.

La Lingua dei Segni dimostra che il linguaggio può incarnarsi nel corpo: il segno diventa fonologia visibile, lo sguardo si fa grammatica relazionale.
Il soggetto sordo ha parola, una parola che passa attraverso un canale differente, ma è una parola piena, desiderante, creativa.

La disabilità uditiva esiste quando la società l’Altro non risponde a questa parola.
Quando non riconosce la lingua, non fornisce accessibilità, non garantisce luoghi di incontro e di scambio. In quei casi, l’esperienza soggettiva può essere segnata da isolamento, da un senso di “mancanza di posto”, da una fatica nel riconoscersi. Per questo il lavoro clinico con le persone sorde non è solo riabilitazione o sostegno tecnico, ma un atto di restituzione simbolica: offrire un luogo dove la parola possa circolare, dove il soggetto possa sentirsi incluso, desiderato, presente. La disabilità uditiva, allora, non definisce l’identità ma può, a volte, interferire con la possibilità di esistere nella relazione.
Il nostro compito  come clinici, come società  è rimuovere gli ostacoli, affinché ciascuno possa prendere posto nella parola, anche quando questa parola nasce dal silenzio e si esprime nel movimento delle mani.

Perché una persona o un’azienda dovrebbe sostenere il Pio Istituto dei Sordi?

Sostenere il Pio Istituto dei Sordi significa assumere una posizione chiara a favore del diritto alla comunicazione, restituendo alla persona sorda la possibilità di essere riconosciuta come soggetto desiderante e parlante nel mondo. La psicoanalisi ci insegna che il soggetto esiste nella misura in cui può rivolgersi all’Altro e sentirsi accolto nella propria parola: quando la comunicazione è negata o resa impossibile, ciò che viene ferito non è solo la relazione, ma la costruzione stessa dell’identità.
Il Pio Istituto dei Sordi lavora ogni giorno per aprire spazi di parola a chi rischia di restare ai margini del discorso sociale: accompagna le famiglie nella scoperta delle potenzialità dei loro figli, sostiene gli insegnanti nella quotidianità educativa, promuove percorsi di cura psicologica e percorsi di crescita che rispettano la specificità linguistica e culturale della sordità, favorisce la diffusione della Lingua dei Segni e la collaborazione con i servizi territoriali, perché nessuno debba affrontare il cammino da solo.
Sostenere il PIS significa credere che l’inclusione non sia un favore concesso, ma un diritto, e che ogni individuo debba poter partecipare pienamente alla vita della comunità. Significa credere che la Lingua dei Segni non sia un’alternativa povera al linguaggio verbale, ma una lingua ricca, generativa, capace di creare legami e cultura. Significa riconoscere che la fragilità non risiede nella sordità, ma nelle barriere che la società costruisce quando non ascolta chi parla attraverso altre forme.
Una persona o un’azienda dovrebbero sostenere il PIS perché sostenere chi lavora per l’accessibilità alla comunicazione significa scegliere di abitare un mondo più giusto, un mondo in cui la parola possa circolare senza ostacoli, un mondo in cui ogni sguardo possa trovare una risposta. È un investimento nella possibilità che ciascuno possa sentirsi parte, protagonista, vivo nella relazione con l’Altro.

Puoi raccontarci un episodio significativo per te legato al Pio Istituto dei Sordi o, più in generale, alla sordità?  

Per me, l’episodio più significativo si ripete ogni volta che incontro lo sguardo di una persona sorda. È l’istante in cui la comunicazione prende corpo prima ancora del segno, prima ancora della parola. Quando una persona sorda scopre che posso comunicare nella sua lingua, accade un piccolo evento soggettivo: lo sguardo cambia, si apre, si illumina. È come se l’Altro, quell’Altro che spesso si presenta muto, distante, incapace di corrispondere, divenisse finalmente un Altro che risponde.

In quell’attimo nasce il riconoscimento: non sei un corpo messo ai margini della parola,
sei un soggetto che può parlare e farsi ascoltare. Lo sguardo che “sorride” non è solo una manifestazione emotiva: è il segnale tangibile che il soggetto esiste nel campo del desiderio dell’Altro. La Lingua dei Segni diventa allora il luogo dell’incontro, ciò che consente al soggetto di acquisire forma, consistenza, voce anche senza suono. La psicoanalisi ci insegna che l’identità si costruisce nello sguardo che ci riconosce, nel desiderio che ci accoglie. E quando quel desiderio non è escluso, quando la parola può finalmente circolare, anche attraverso le mani, qualcosa di fondamentale si rimette in moto: la possibilità di sentirsi parte del mondo. Ogni volta che quel sorriso degli occhi appare, io vedo il soggetto che ritorna a esistere nella relazione.
Ed è in quei momenti che capisco che il mio lavoro, al di là della tecnica, è prendersi cura di questo spazio: uno spazio dove nessuno viene lasciato fuori dalla parola.