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Intervista a Mita Graziano

Guarda l’intervista a Mita Graziano
Da quanto conosci il Pio Istituto dei Sordi e perché hai deciso di collaborare con la Fondazione?
Ho conosciuto il Pio Istituto dei Sordi più di quindici anni fa, quando ancora non ero interprete LIS ma solo assistente alla comunicazione. Per la mia tesina pedagogica avevo progettato un laboratorio intergenerazionale: anziani sordi e bambini sordi che, attraverso la Lingua dei Segni, condividessero ricette e tradizioni culinarie come forma di trasmissione culturale.
Contattai l’Istituto per chiedere di incontrare persone Sorde anziane disposte a raccontare le proprie storie — e da lì si aprì una porta che non si è più chiusa. Negli anni ho collaborato a vari progetti come interprete, ma soprattutto come Docente di italiano per Sordi stranieri, un ambito che unisce le mie passioni per la lingua, la pedagogia e la diversità culturale.
Quali valori condividi con il Pio Istituto dei Sordi?
Condivido il valore del rigore: quello che guida la ricerca della qualità, della competenza e del rispetto per le persone.
Apprezzo la capacità del Pio Istituto di coniugare tradizione e innovazione, restando fedele ai propri principi ma aprendosi ai bisogni contemporanei della comunità sorda.
Cos’è per te la “disabilità uditiva”?
Non la definirei una mancanza, ma un diverso modo di abitare il mondo.
È uno sguardo che si affida al visivo, un ritmo che si esprime attraverso le mani, un’identità che trova nella Lingua dei Segni una casa e una comunità.
Per me, la disabilità uditiva è una risorsa culturale, una possibilità di conoscere e comunicare in modi che arricchiscono tutti.
Perché una persona o un’azienda dovrebbe sostenere le attività e l’impegno del Pio Istituto dei Sordi?
Perché il Pio Istituto dei Sordi ha una filosofia concreta, che va dove c’è bisogno davvero.
Un tempo aveva un edificio in cui si “facevano crescere” le persone; oggi, anche senza muri, continua a farlo ogni giorno, accompagnando la crescita culturale, linguistica e sociale della comunità Sorda e di chi la incontra.
Racconta l’episodio più significativo per te legato a PIS/Ente/Mondo della disabilità uditiva (può essere la storia personale, un momento con un beneficiario o con una famiglia, un ricordo personale…)
Ricordo perfettamente un pomeriggio di primavera, uno di quelli in cui l’aria profuma di promesse d’estate. Era forse la terza o quarta volta che varcavo la soglia del PIS;le finestre erano spalancate, e la luce riempiva le stanze con una calma quasi solenne.
Il direttore Cattaneo mi accolse con gentilezza, e mi portò a vedere l’archivio fotografico storico che stavano sistemando proprio in quei giorni.
Le fotografie erano state appena selezionate e riposte, con cura affettuosa, nei cassetti pensati per conservarle, in attesa di qualcosa di più grande che oggi c’è. Mi chinai a guardarle: volti di bambini e insegnanti, occhi curiosi, posture attente, scorci di aule e laboratori di un tempo.
Ogni immagine sembrava trattenere una personalità, un segno, un frammento di mondo che non voleva essere dimenticato.
Mi sentii sinceramente fortunata: avevo il privilegio di assistere a quel momento in cui la memoria tornava a casa, ordinata e rispettata, pronta a essere condivisa di nuovo.
Oggi quelle foto sono diventate una mostra bellissima, ma per me resterà unico quel giorno in cui la storia, piano piano, ricominciò a respirare davanti ai miei occhi.