Diritto del 28/02/2023

1. Il detenuto sordo e la funzione rieducativa della pena
L’art 27 comma 3[1] della nostra Costituzione cristallizza la funzione della pena sancendo che la stessa deve tendere “alla rieducazione del condannato”. La riabilitazione consiste nello svolgimento di attività lavorative, culturali, ricreative, istruzione scolastica e professionale; è chiaro che per la realizzazione di tali iniziative è necessario che i detenuti si relazionino tra di loro, con il personale penitenziario e con  esperti in psicologia, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica nonché con mediatori culturali e interpreti [2].
Nonostante i diritti costituzionali sull’ accesso alle strutture correzionali,  i detenuti sordi sono spesso esclusi dai programmi di riabilitazione subendo ulteriori forme di punizione[3] non proporzionali al reato commesso: l’isolamento (non dovuto) del sordo, ad esempio, viola il principio di proporzione fra qualità e quantità della sanzione.
Va da sé, inoltre, che i sordi così come gli udenti, possono aver  bisogno di chiedere un colloquio con il proprio avvocato, parlare con un medico o avere un permesso di uscita per cui la presenza delle figure poc’anzi menzionate è  necessaria.
L’integrazione delle persone sorde all’interno degli istituti penitenziari è possibile solo tramite l’introduzione di figure professionali specializzate, quali gli interpreti di lingua dei segni, in attuazione dell’articolo 1 dell’Ordinamento Penitenziario[4] secondo cui il  trattamento rieducativo nell’esecuzione penale deve essere attuato in base alle specifiche esigenze[5]  di ogni condannato individuate tramite l’osservazione scientifica della personalità dello stesso e l’attuazione di un programma modificabile nel tempo [6].
La sentenza n.313/1990 della Suprema Corte Costituzionale ha sottolineato che il precetto di cui al terzo comma dell’art. 27 della Costituzione vale tanto per il legislatore quanto per i giudici della cognizione, oltre che per quelli dell’esecuzione e della sorveglianza, nonché per le stesse autorità penitenziarie.
Secondo  quanto riportato nell’ultimo rapporto Antigone 2021 [7] i detenuti privi di vista e udito hanno diritto ad essere aiutati, nonostante ciò l’ Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (contattato personalmente) non dispone né informazioni sul numero dei detenuti sordi né sugli interpreti presenti negli istituti penitenziari poiché tale problematica “è considerata di minoranza nel più ampio e complessivo mondo del carcere”.

2. Il ruolo dell’interprete di lingua dei segni negli istituti penitenziari
Le barriere alla comunicazione create dalla varietà di culture e lingue possono essere abbattute solo tramite la formazione continua del personale penitenziario e  di interpreti specializzati in materia e non tramite l’intervento di persone “abituate a trattare” con il sordo ex  art.119c.p.p. o di un “prossimo congiunto” ex all’art.144 c.p.p.
Familiari e conoscenti, infatti, oltre a non garantire l’imparzialità richiesta ad un professionista, non possono essere presenti h 24 all’interno delle carceri. In questi casi, piuttosto, dovrebbero essere costantemente presenti dei professionisti regolarmente assunti in grado di assistere il detenuto.
Gli istituti penitenziari non garantendo la presenza di interpreti o di apparecchi elettronici che possano soddisfare le esigenze dei detenuti sordi (fabbisogni legati non solo alla rieducazione del condannato ma anche e soprattutto alla comunicazione dello stesso con compagni di cella e personale penitenziario), non permettono la riabilitazione degli stessi rendendo la pena non proficua al suo fine ultimo.
Tali trattamenti violano oltretutto il principio di eguaglianza stabilito dall’art 3 della nostra costituzione non garantendo parità tra i detenuti ma distinguendo gli stessi in base alle loro disabilità.
Il secondo comma dello stesso articolo affida alla Repubblica il dovere di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana; ciò viene ribadito anche nella legge 104 del 1992 sui “diritti degli handicappati”  secondo cui il compito di provvedere a soddisfare le esigenze delle persone con differenti disabilità è attribuito allo Stato e agli enti.
Tale problematiche, quindi, possono essere ottemperate solo ed esclusivamente attraverso l’intervento concreto delle istituzioni.

3. Lo status dei detenuti sordi nelle carceri straniere, la comparazione con gli ordinamenti stranieri
In Oregon, nel 2014, due detenuti sordi intentarono una causa [8] contro il Dipartimento di Correzione dell’Oregon che dovette pagare  $ 150.000 ad uno dei due carcerati al quale era stato negato sia un interprete  di lingua dei segni americana (ASL) sia lo svolgimento di  lavori all’interno del carcere a causa della sua incapacità di comunicare verbalmente [9].
Due anni più tardi, nel novembre del 2016 [10], la  giuria federale assegnò il  risarcimento di $ 400.000 ad un ex prigioniero sordo dell’Oregon,  sempre a seguito di una denuncia[11] per  violazione dei diritti civili da parte dei funzionari della prigione i quali non erano riusciti a soddisfare le esigenze del detenuto dovute alla sua disabilità uditiva.
Infatti secondo quanto stabilito dalla  sezione 504 del Rehabilitation Act del 1973, 29 USC § 794 [12] e ribadito dal titolo II dell’Americans with Disabilities Act (ADA), 42 USC § 12141 e segg., le agenzie carcerarie e penitenziarie americane devono assicurare che i loro programmi e le loro attività siano accessibili anche ai portatori di handicap [13].
In California, già dagli anni ’90, i detenuti sordi si battono per la parità dei diritti [14].  In una serie di ordini emessi dal 1996 al 2002 [15] il tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California stabilì nel caso Armstrong[16] che il trattamento da parte dello stato dei prigionieri con disabilità, compresi i detenuti sordi, violava l’Americans with Disabilities Act.
Da qui furono apportate delle migliorie ma, nel 2013, la Corte ritenne che sebbene la situazione fosse migliorata il Substance Abuse Treatment Facility (SATF), dov’è ospitata la maggior parte dei prigionieri sordi della California, continuava a non fornire interpreti [17].
Nel 2016 infatti,  un prigioniero di Corcoran [18] (California), si iscrisse ad un programma di riabilitazione presso il  Substance Abuse Treatment Facility (SATF) ma a causa della sua disabilità uditiva e dell’assenza di interpreti  non riuscì a capire cosa stesse succedendo durante le riunioni subendo il rimprovero da parte del commissario per la libertà vigilata e l’attesa di 5 anni per fare nuovamente domanda per una nuova udienza.

4. Conclusioni e considerazioni
In conclusione si può affermare che nonostante la lingua dei segni sia riconosciuta in molti stati, è ancora carente il numero di interpreti in lingua dei segni da collocare all’interno degli istituti penitenziari motivo per il quale la situazione dei detenuti sordi è ancora precaria in diverse parti del mondo, specie in Italia.
Ad oggi potrebbe risultare difficoltoso fornire ogni istituto penitenziario di almeno due interpreti che possano turnarsi, per questo motivo si auspica almeno all’adeguamento di una struttura per le esigenze dei sordi e trasferirli lì.
In questa ipotesi i detenuti potrebbero trovarsi in un luogo lontano dalle loro famiglie, in violazione di quanto disposto dalla prima parte dell’art 14[19] della legge penitenziaria, ma almeno potrebbero svolgere la loro reclusione nel rispetto dei diritti umani, rendendo la riabilitazione proficua.
Il Dipartimento di Correzione e Riabilitazione della California è un buon punto di partenza da cui prendere spunto, data la recente  stipula di contratti per servizi di interpretariato nella lingua dei segni.

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