Mostra
La Voce del Colore.
Pittori Sordi Milanesi in Mostra
Pittori Sordi Milanesi in Mostra
Lauro Bolondi
Luciana Bora
Giuseppe Coppin
Arnoldo Sidoli
Primo Cajani
Inaugurazione:
venerdì 7 novembre 2025, ore 17.00
Aperta gratuitamente fino a domenica 16 novembre 2025
Ex Fornace
Via Alzaia Naviglio Pavese 16, Milano
ORARI
da lunedì a giovedì 10:00 – 13:00 e 14:00 – 17:00
venerdì 10:00 – 13:00 e 14:00 – 20:00
sabato e domenica 10:00 – 20:00
La mostra
Il Pio Istituto dei Sordi di Milano, con il patrocinio di Comune di Milano – Municipio 6, Ente Nazionale Sordi – Sezione Provinciale di Milano e UNEBA Lombardia, presenta La Voce del Colore, una mostra che punta i riflettori su cinque pittori sordi milanesi – Lauro Bolondi, Luciana Bora, Giuseppe Coppin, Arnoldo Sidoli, Primo Cajani – parte attiva del movimento artistico milanese delle persone sorde nella seconda metà ‘900. Artisti legati tra loro da una forte amicizia e accomunati, oltre che dalla passione per l’arte e dai riconoscimenti critici, anche dall’appartenenza e dall’impegno nella Famiglia Artistica Silenziosa di Milano, associazione interna alla sezione provinciale dell’Ente Nazionale Sordi nata nel 1957 con lo scopo di valorizzare, promuovere e sostenere l’arte, anche attraverso l’organizzazione di mostre, concorsi e manifestazioni in Italia e all’estero.
A loro, con la volontà di valorizzare e rendere merito al talento delle persone sorde, è dedicata questa esposizione la cui idea nasce nel 2024, in occasione delle celebrazioni per il 170° del Pio Istituto dei Sordi, e che oggi prende forma grazie al contributo dei figli dei pittori in mostra e di persone sorde che hanno speso la loro vita nel diffondere la conoscenza della storia e dell’arte dei Sordi.
Nel silenzio, la voce del colore
Intervento critico a cura di Lorella Giudici
Professoressa di storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
“Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si
siede su una duna di sabbia. Non si vede
nulla. Non si sente nulla. E tuttavia
qualche cosa risplende nel silenzio”.
Il Piccolo Principe,
Antoine De Saint-Exupery
significato di questo assioma quando viene applicato all’arte, in particolare alla
pittura. Capita che davanti a un paesaggio, a una natura morta, persino davanti a una superficie monocroma, si avverta la sensazione di essere immersi in uno spazio a cui sia stata sottratta l’aria, a una raffigurazione che condanna la realtà a un’immobilità senza tempo e apparentemente senza vita. Quando questo accade si parla immediatamente di silenzio perché è convinzione comune che l’assenza di movimento equivalga a un’assenza di suono, come se il silenzio fosse il risultato di un’ovvia proprietà transitiva: vuoto – immobilità – silenzio. Eppure, in arte qualcosa sfugge a questo teorema e, per ripetere le parole di Antoine De Saint-Exupery, “qualche cosa risplende”. A sottrarsi al rigore della formula e a prendere voce è il colore, anche quando, nei casi estremi, è ridotto a un solo tono. Non a caso, in pittura come in fonetica si parla di “timbro”. Questo significa che se c’è colore c’è voce.
Senza andare a scomodare la storia dell’arte (e di nomi ne potremmo inanellare tanti: da Seurat a de Chirico, da Rothko a Malevich), è sufficiente guardare le opere raccolte in questo catalogo per averne immediata conferma e sentire chiaramente la voce del colore che si esprime con partiture diverse per ciascun artista.
I paesaggi dell’appennino emiliano e le nature morte di Lauro Bolondi (1927-2018) sono l’esempio calzante di come lo sguardo sia capace di cogliere il silenzio di quei luoghi solitari, nei quali la presenza dell’uomo non è prevista perché non è necessaria. Al contempo, grazie al colore, affiora una melodia di cromie che parlano all’anima, prima ancora che agli occhi e che danno respiro alle radure, alle colline, ai campi. I verdi dei cespugli, i blu dei cieli, le variazioni nocciola della terra ristorano, accolgono, raccontano.
Più aspro ed essenziale è il mondo che dipinge Luciana Bora (1926-2007): pochi sassi e un paio di agavi, collocati contro un cielo azzurro, sono sufficienti per fermarci sulla soglia del reale e farci intuire in quei begli orizzonti celesti un altrove, seppur irraggiungibile. Pietre, monti, piante, oggetti e pescatori hanno contorni duri, bruschi, riassunti in linee essenziali, mentre sui colori che ne riempiono le forme cala spesso un impalpabile alone grigio, che aggiunge una nota malinconica a quel silenzio costellato di ostacoli.
Nelle tele di Giuseppe Coppin (1919-1993), invece, il tempo si ferma nel nitore degli oggetti dipinti, che sostano nello spazio in un’eterna attesa, in una vaga reminiscenza pop. Ogni cosa è presente nella sua materialità e nella sua semplicità, eppure non c’è quadro in cui non venga evocata la precarietà: le pareti che si sbrecciano, gli strappati dei manifesti sui muri, i fili che muovono i burattini, la scritta “fragile” sul pacco postale e la corda retta da due puntine, sulla quale è steso, come eloquente metafora, un semplice canovaccio. E il colore, delicato e pensoso, ribadisce la cagionevolezza dell’esistenza.
Le composizioni di Arnoldo Sidoli (1920-2001) sono spesso organizzate su diversi piani spaziali, concettuali e cronologici: un elemento realistico in primo piano (delle mele, una panca o una porta rustica) è il presente, mentre una “citazione”, nella parte alta, è il passato, o meglio, ciò che è sopravvissuto ai secoli, stratificazioni che si ritrovano a convivere in un dialogo non sempre facile. Ancora una volta, a prendere in mano le redini è il colore, che passa da un piano all’altro, ma anche da un tempo all’altro senza soluzione di continuità.
E se nella pittura di Bolondi, Bora, Coppin e Sidoli si sente l’eco delle lezioni di Funi, Carpi e Carrà (ma anche di De Rocchi), vale a dire dei maestri che hanno avuto quando studiavano all’Accademia di Brera, nei quadri di Primo Cajani (1943) è la luce che fa parlare le gradazioni, che si deposita su quegli starti di materia e ricorda il trascorrere del tempo, che trasforma gli oggetti, le strade e gli angoli delle città, in un racconto tra le cui righe si annida la nostalgia per un passato che a tratti riaffiora, nonostante abbia la consistenza delle bolle di sapone, e si deposita su impasti ruvidi,che fanno pensare all’intonaco dei muri.
In definitiva, come abbiamo visto, nel silenzio è più facile sentire la voce del colore, in tutte le sue sfumature, perché è più immediata la connessione con le emozioni, con i ricordi che sgorgano dalle pennellate in un racconto che va ben oltre il mondo rappresentato.
Gli artisti in mostra
Lauro Bolondi (1927-2018)
nasce a San Polo D’Enza (RE). A 18 mesi sopravvive alla meningite e diventa sordo. Fin da bambino dimostra una grande passione per il disegno, che approfondisce presso le scuole d’arte di Reggio Emilia e di Modena e all’Accademia di Brera.
Nel 1957 conosce la pittrice Luisa Nera, sua futura moglie, e si trasferisce a Milano. Lavora come preparatore entomologico al Museo di Storia Naturale, dove dipinge i fondali pittorici di diversi diorami e collabora alla realizzazione del celebre triceratopo a grandezza naturale (1970).
Dopo una parentesi come scultore, approfondisce la pittura a olio. Paesaggi, nature morte, scorci di vicoli, marine raccontano la nostalgia della terra d’origine. Partecipa a mostre personali e collettive, in Italia e all’estero (New York, Mosca, Algeri, Zagabria). I suoi quadri sono in collezioni pubbliche e private.
La prima produzione di dopo l’Accademia di Brera, è ancora influenzata dal realismo dei suoi maestri: Carpi, Carrà, ma soprattutto Funi.
In seguito prende un binario proprio, non ascrivibile ad una corrente, ma sempre aggiornato. Le opere di Bora sono conservate nell’archivio dell’artista e in collezioni pubbliche e private.
I suoi soggetti spaziano dai particolari di un interno, alle riflessioni sul suo universo visivo: le letture, il cinema, il teatro, ma anche le passeggiate e l’osservazione degli altri, con un occhio sempre attento a cogliere piccoli indizi poetici. E poi il colore quasi un ricordo sonoro: “Lavorando questo rosso ho pensato a uno squillo di tromba”.
Colpita da sordità a dieci anni per meningite, arriva a Milano per frequentare la scuola Giulio Tarra dove incontra compagni che saranno amici per tutta la vita.
perde l’udito a 18 mesi. Frequenta prima le scuole dell’Istituto per i Sordi, strutture di cui fu promotore e poi presidente suo padre, l’avvocato Guido Coppin.
Dal 1936 studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, con i maestri Achille Funi, Aldo Carpi e Umberto Vittorini. Si diploma nel 1940 e subito ottiene numerosi riconoscimenti: mostre, collettive accanto a maestri di fama, premi e ampie recensioni sulla stampa.
Negli Anni 50 entra al Corriere della Sera e alla Domenica del Corriere, dove lavorerà come illustratore per 27 anni. E dove, grazie allo stimolo dell’attualità, potrà coltivare ogni giorno la sua vivacità e la sua ironia.
Prova ne sono le sue giocose ricerche, con immagini quasi di metapittura, nelle quali i disegni, le fotografie e altri dipinti diventano i protagonisti di nature morte, immagini dentro immagini in un dialogo divertito e ammiccante.
nasce parzialmente udente ma nel corso dei decenni la sordità progredisce e la pittura diventa un prezioso canale di comunicazione con il mondo esterno.
Dopo gli studi a Como, all’Istituto Tecnico Superiore per la moda e la tessitura, si diploma nel 1948 all’Accademia di Belle Arti di Brera con i maestri Carpi, De Rocchi, Funi, Valenti e Vittorini, e con i compagni Baj, Crippa, Dova e Giunni.
Avvia uno studio di disegni per tessuti e alla fine degli Anni 70 decide di concentrarsi unicamente sulla pittura, attività che svolge insieme alla moglie Bianca Bianchi, a sua volta artista e sorda.
Partecipa a diverse rassegne nazionali e internazionali e sue opere sono esposte in diverse collezioni in Italia e all’estero.
nasce il 9 novembre del 1943 in provincia di Pavia. Dal 1952 è a Milano; frequenta l’Istituto Nazionale per sordomuti, dove emergono le sue doti artistiche che sviluppa alla Scuola Superiore di Arte del Castello Sforzesco dove si diploma nel 1965.
Subito inizia a lavorare come grafico alle Arti Grafiche Ricordi e, dal 1973, alla Rizzoli nella redazione di Anna, dove cresce in un ambiente creativo e stimolante. La pittura resta comunque la sua passione: partecipa a concorsi e mostre in Italia e all’estero (Parigi, Zagabria) ricevendo attenzione critica.
Il suo stile riflette amore per i tempi passati, per Milano e per la natura incontaminata. Case, borghi e nature morte diventano simboli di vita quotidiana e legame con la campagna. La sua tavolozza morbida ma decisa unisce decorazione, ispirazione e padronanza tecnica.

Colophon
Promossa da
Pio Istituto dei Sordi – Ente Filantropico
Progetto espositivo e allestimento
Diego Sala
Progetto grafico, catalogo e supporto organizzativo
Franco Bolondi, Mirella Bolondi, Massimiliano Cajani, Gorgio Coppin, Mariapia Coppin, Giovanna Pierini, Francesca Pierini, Alessandro Sidoli
Stampa catalogo
Unigrafica srl
Cortometraggio “Tutti i colori del silenzio”
Fabio Martina, Associazione Culturale Circonvalla Film ETS
Si ringraziano
Comune di Milano – Municipio 6
Primo Cajani, Emiliano Mereghetti e tutti i figli dei pittori in mostra,
la Professoressa Lorella Giudici e il Consigliere Umberto Ambrosetti
Tutte le foto sono di proprietà dei figli dei pittori sordi in mostra.












