Sordità, 7 milioni ne soffrono ma pochi corrono ai ripari

Ci vogliono alcuni anni prima che un ipoacusico riconosca di avere un problema di udito. La prevenzione in questi casi è decisiva. I limiti del sostegno pubblico per acquistare le protesi.

UDINE. La sordità non è solo una condizione invalidante per l’anziano. La ricerca scientifica è concorde nel ritenere che costituisca un fattore di rischio per l’insorgenza di disturbi cognitivi come la malattia di Alzheimer. A sostenere con convinzione la necessità di porre rimedio all’ipoacusia anche per ridurre il fattore di rischio è il neurologo Ferdinando Schiavo, autore di “Malati per forza”. «La sordità – afferma il medico – è un fenomeno progressivo, bilaterale e spesso silenzioso. Un fenomeno di cui spesso i soggetti colpiti sono inconsapevoli, pur vivendo con difficoltà la comunicazione con gli altri. Aumenta l’insoddisfazione per la propria vita, diminuisce il coinvolgimento in attività sociali e rapporti interpersonali».Così l’ipoacusico si trova ingabbiato in una maglia di solitudine “amara” che può condurre con maggior frequenza alla depressione, «altro fattore di rischio per le demenze». Schiavo cita un recente studio internazionale che ha confermato la connessione tra ipoacusia grave e l’accelerazione del declino cognitivo in chi aveva già sintomi di demenza. Nell’arco di sei anni, il 30-40% del gruppo di 639 persone esaminate incorreva nell’aggravio dei sintomi, nel 24% nell’aumento del rischio di danno cognitivo. «Nonostante questo – rileva Schiavo, libero professionista che ama definirsi “un onesto artigiano della neurologia dei vecchi” – l’età media di quanti portano apparecchi acustici nel nostro Paese sfiora i 74 anni, ben 13 e mezzo in più rispetto alla media europea che scende a 60,5 anni. Se confermati, questi dati dovrebbero indurci a porre più attenzione nei confronti dell’udito, almeno quanta ne riserviamo alle difficoltà visive». (m.d.c.)

UDINE. Sembra succedere da un giorno all’altro. Entri in un caffé e il cameriere ti chiede qualcosa. Ma cosa? Percepisci il suono, non il senso. «Colpa della confusione» dici a te stesso. E invece no, il caos non c’entra, è quello di sempre. La causa va cercata altrove, ma ci vogliono alcuni anni prima che un ipoacusico riconosca di avere un problema di udito. Lo dicono le statistiche, che in Italia certificano la presenza di 7 milioni di individui affetti da calo uditivo, 5 dei quali non utilizzano alcun apparecchio acustico e sono perciò esposti a un rischio maggiore, nell’ordine del 28% in più, di avere lesa la qualità della vita e di compromettere la sicurezza propria e altrui. Basti pensare al nonno ipoacusico che accompagna il nipote a scuola.I numeri. In base alle ultime statistiche (fonte Airs – Associazione italiana ricerca sordità) su 60 milioni di abitanti, in Italia soffrono di ipoacusia 7,2 milioni di persone, pari al 12% della popolazione residente. L’incidenza maggiore riguarda gli ultra ottantenni: uno su due soffre di riduzione dell’udito, 1,5 milioni di persone in valore assoluto. Il rapporto scende a uno a quattro nella fascia d’età 61-80 anni, per un totale di 3 milioni di persone. Le percentuali si riducono mano a meno che scende l’età, ma i valori assoluti restano importanti: soffre di ipoacusia il 12% degli italiani tra i 46 e i 61 anni (1,5 milioni) e il 10% di quelli tra i 13 e i 45 anni (2,6 milioni). Non sono esenti dalla riduzione dell’udito nemmeno i bambini: soffre di sordità il 2% di quelli di età compresa tra i 4 e i 12 (101 mila) e l’1% dei piccoli fino a 3 anni (23 mila).Campanelli d’allarme. Il primo e più importante segnale che qualcosa nel proprio udito non va è quando s’inizia a smarrire il senso di parole e di brandelli di discorso. «Si riduce la comprensione del linguaggio – spiega il dottor Valter Marchesin, specialista in audioprotesi -, prima in ambienti rumorosi, poi in attività lavorative fino a investire ogni momento della giornata. Un’aggravante per la comprensione delle parole è quando subentra l’acufene». Volgarmente: il ronzio alle orecchie. La presenza di una sola di queste due condizioni dovrebbe suggerire un approfondimento. Dovrebbe, perché nella maggior parte dei casi non è così. «Passano anni – continua Marchesin – prima che l’individuo affetto da ipoacusia inizi seriamente a occuparsi del proprio udito». Eppure la prevenzione è importante. Meglio, decisiva. Sia per il recupero della capacità uditiva sia per tutte le conseguenze che un calo sensibile dell’udito porta con sé: isolamento, solitudine, aumento del rischio di demenze.Cosa fare. Verificare lo stato di salute di salute del proprio udito con esami specifici e adottare le necessarie soluzioni correttive. Sembra ovvio ma non lo è. Nella popolazione c’è infatti ancora scarsa propensione alla cura dell’udito. Per ragioni culturali e di pudore, non ultimo economiche. Portare un apparecchio acustico è ancora percepito come una diminutio. Eppure negli ultimi anni l’evoluzione delle protesi acustiche è stata vertiginosa, al passo con la rivoluzione digitale. Gli apparecchi sono divenuti più piccoli, discreti ed efficaci. «Consentono di sentire meglio coniugando estetica a funzionalità – garantisce Marchesin, che ha seguito l’evoluzione dell’azienda di famiglia, durante gli ultimi 30 anni, da protagonista -. In Friuli siamo stati i primi a sperimentare l’uso del ricevitore infilato nel canale uditivo». Oggi gli apparecchi si connettono via wi-fi alla tv, al computer, al telefonino.Il sostegno pubblico. È limitato ai casi gravi ed è fermo al 1999, anno dal quale non viene più aggiornato il nomenclatore tariffario, che a proposito delle protesi acustiche prevede due fasce di contribuzione. Gruppo uno: 685,85 euro. Gruppo due: 741,31 euro. A singola protesi. Per beneficiare del sostegno bisogna centrare due requisiti: essere invalidi per ipoacusia (certificata) e avere una frequenza media interiore ai 65 Db nell’orecchio migliore. Fatte salve le due precondizioni, la trafila è tutt’altro che semplice e in taluni casi dura vari mesi. Una volta conclusa, il beneficiario può richiedere l’apparecchio a totale carico dell’azienda sanitaria o ne può acquistare uno riconducibile, pagando cioè il prezzo dell’apparecchio al netto del contributo pubblico. Ultima chance, farsi carico dell’intero costo di tasca propria. Una strada in salita per i tanti pensionati costretti a fare i conti con assegni ai limiti della sopravvivenza, assegni che dovrebbero suggerire al legislatore (Regione o Roma che sia) una modulazione diversa del contributo allargando l’accesso alle fasce di sordità meno gravi, ma comunque invalidanti, e calcolando il sostegno finanziario sulla base del reddito.

di Maura Delle Case

Fonte: Messaggero Veneto del 19-03-2018