C’è una scuola a Betlemme che non ha chiuso. 

Mentre attorno a lei il conflitto ridisegna ogni giorno la quotidianità, l’Istituto Pontificio Effetà Paolo VI continua ad accogliere i suoi bambini, ad aprire le aule, a insegnare. 

Non è un gesto scontato. 

Per i circa 180 alunni sordi che ogni anno frequentano l’istituto, venire a scuola significa attraversare controlli militari, percorrere distanze che oggi sono rese ancora più difficili dalla situazione di allerta e pericolo costante. 

 

Eppure vengono. 

Per un bambino sordo, la scuola non è solo il luogo dove si impara a leggere e a scrivere. È il luogo dove si impara a parlare, nella propria lingua, con il proprio corpo, con le mani. 

È lo spazio in cui i pensieri trovano una forma e le emozioni diventano comunicazione. In un momento di guerra, questo spazio vale ancora di più: è il luogo in cui un bambino può nominare quello che prova, elaborare quello che vive, sentirsi ascoltato. 

Toglierlo sarebbe togliere molto più dell’istruzione. 

 

Una storia lunga più di cinquant’anni 

L’Istituto Effetà Paolo VI nasce nel 1971 a Betlemme, fondato con una vocazione precisa: garantire ai bambini sordi palestinesi non solo un’educazione scolastica, ma un percorso di crescita integrale. 

Il nome — Effetà, “apriti” — è già un programma. L’istituto vuole aprire porte: alla comunicazione, alla partecipazione, alla vita in comunità. 

Nel corso dei decenni, la scuola ha costruito un metodo fondato sulla rieducazione audio-fonetica, sull’apprendimento scolastico e, soprattutto, sulla centralità della comunicazione come strumento di autonomia. Non si tratta di trasmettere nozioni: si tratta di dare a ogni bambino gli strumenti per esprimere i propri pensieri e le proprie emozioni, per diventare adulto a pieno titolo nella società in cui vive. 

Il sogno del Padre Fondatore — ripreso e sostenuto da Papa Paolo VI — si riassume in una frase che ancora oggi orienta il lavoro di tutto lo staff: “Educare con Amore e per la vita”. Una frase che, in un contesto come quello attuale, suona come una scelta di campo. 

 

La scuola che si adatta, ma non si ferma 

Il conflitto in corso ha cambiato molte cose. Le attività esterne sono state sospese per ragioni di sicurezza e spostate all’interno dell’istituto. Gli orari sono stati ridefiniti. I percorsi per raggiungere la scuola sono diventati più lunghi e più incerti. Ma la scuola è rimasta aperta. 

E i bambini hanno continuato a fare cose straordinarie. 

Hanno partecipato — e vinto — ai concorsi promossi dalla direzione didattica palestinese: formazioni civiche e ambientali, un terzo posto nel concorso di dabkè per gli studenti della secondaria, un primo premio per le classi Ottava, Nona e Decima in un concorso sulle conseguenze del fumo, dove la loro capacità espressiva — la mimica, il corpo come linguaggio — si è rivelata un punto di forza autentico. Hanno dipinto, disegnato, costruito collage, lavorato con sassi e mosaici. Hanno dimostrato, ancora una volta, che l’espressione non conosce barriere. 

La scelta del Pio Istituto dei Sordi: continuare a stare 

Il Pio Istituto dei Sordi di Milano sostiene l’Istituto Effetà Paolo VI dal 2014. Nel corso degli anni il contributo si è rinnovato con costanza, anno dopo anno, anche nei momenti più difficili. Per il 2026 questo sostegno è stato confermato — e non è una scelta automatica. È una scelta consapevole. 

Sostenere l’Effetà significa stare accanto a una comunità che non ha rinunciato a educare nonostante tutto. Significa condividere la convinzione che un bambino sordo a Betlemme abbia gli stessi diritti di un bambino sordo a Milano: il diritto di imparare, di comunicare, di costruirsi un futuro. Significa, in fondo, aderire allo stesso sogno educativo che ha guidato la fondazione del Pio Istituto stesso — e che Papa Paolo VI ha consegnato all’Effetà più di cinquant’anni fa. 

Educare con Amore e per la vita. Anche quando, soprattutto quando, farlo richiede coraggio.