L’11 e il 12 settembre, a Leporano (Taranto), un piccolo gruppo di persone sorde ha sperimentato l’apnea statica in un percorso pensato per essere accessibile fin dall’inizio. Tra loro c’era Valentina Foa, psicologa e psicoterapeuta che il Pio Istituto dei Sordi conosce bene. Ci ha raccontato com’è andata. 

Un’esperienza in acqua, per una persona sorda, di solito comincia con una domanda: come farò a capire le istruzioni? 

Al progetto pilota “Il silenzio dell’acqua”, promosso da SeaSons APS, la domanda è stata capovolta: come possiamo costruire l’esperienza partendo da chi la vive? 

Un’idea semplice e non sportiva 

Il progetto nasce da un’idea chiara: sperimentare, in piccolo, un’esperienza in ambiente acquatico dedicata a persone sorde.  

Un percorso su respiro, rilassamento, ascolto del corpo e fiducia. L’apnea statica, cioè restare fermi e sospesi nell’acqua, è stata il pretesto per fermarsi e sentire. Il silenzio non è stato trattato come un limite, ma come uno spazio da esplorare insieme. 

Due pomeriggi e mattine a Canneto Beach, un gruppo ristretto da sei persone, un istruttore, Andrea, e un interprete LIS sempre presente. Il primo giorno, una parte introduttiva a terra e la prima esperienza in acqua. Il secondo, una seconda sessione e un confronto finale per raccogliere i pareri di tutti. 

Lo sguardo di Valentina

Valentina Foa è arrivata a Taranto con una doppia curiosità: come persona sorda e come psicologa che usa la mindfulness nel proprio lavoro di psicoterapia. Voleva vivere l’esperienza, ma anche osservare come sarebbe stata resa accessibile. 

Il primo elemento che nomina è l’accessibilità con l’interprete LIS.                   «Mi ha permesso di lasciare andare la fatica comunicativa», racconta, «e di portare l’attenzione lì dove doveva andare: sul respiro, sulle sensazioni del corpo, sul contatto con l’acqua».

Se devi concentrarti per capire cosa viene detto, spiega, resti un po’ fuori dall’esperienza. Quando la comunicazione è già risolta, si può finalmente esserci. 

Il secondo elemento è la sicurezza. Non solo fisica, ma anche relazionale. 

«Era un contesto in cui la sordità non era un dettaglio da gestire all’ultimo momento, ma il punto di partenza» 

Da qui la fiducia e la libertà di sperimentare: fermarsi, ascoltare il respiro, stare nell’acqua senza dover dimostrare niente. Anche tra i partecipanti ci si è aiutati molto. 

Il debriefing: dove l’esperienza diventa conoscenza 

Tra i momenti più preziosi Valentina mette il confronto finale.

Non un semplice «com’è andata?», ma uno spazio per capire insieme cosa serve davvero a rendere accessibile un’esperienza fatta di corpo: quali segnali usare, come entrare in relazione, come comunicare comfort, limite, stop, fiducia. Andrea ha mostrato un interesse sincero nell’adattare il proprio modo di insegnare e per lei questo ha fatto la differenza.

L’acqua e la mindfulness

Come psicoterapeuta, Valentina ha trovato nell’acqua un alleato inatteso. La mindfulness, dice, può sembrare una parola astratta. In acqua la presenza diventa concreta: non è teoria, è esperienza. 

Da questa esp

erienza è nato anche uno stimolo per il suo lavoro: portare la mindfulness fuori dallo studio e dentro esperienze vive, corporee e condivise.

Accanto a questo stimolo, l’obiettivo futuro e un impegno condiviso: replicare l’esperienza e farla crescere a beneficio di altre persone con disabilità uditiva.