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Intervista a Francesca Di Meo, Responsabile Area Progetti PIS
Accompagnare le organizzazioni a generare impatto
Intervista a Francesca Di Meo, referente interna del Bando PIS
Il suo ruolo nel PIS
Francesca Di Meo è disability & diversity manager e la sua vita professionale è da sempre dedicata alla progettazione socio-culturale, con un focus particolare sulla sordità e una grande passione per l’innovazione sociale.
Dal 2018 è Responsabile dell’Area Progetti del Pio Istituto dei Sordi, dividendo le sue giornate tra gestione dei progetti promossi direttamente dall’Ente e coordinamento dell’attività filantropica.
Tra il 2019 e il 2020 contribuisce alla riorganizzazione di quest’area strategica, collaborando alla creazione di nuovi strumenti erogativi, tra cui il più importante è il ‘Bando PIS’, un vero e proprio ponte che collega l’Istituto alle organizzazioni non profit di tutta Italia.
Il Bando PIS: una storia di crescita
Francesca, ci racconti come nasce il Bando PIS e cosa lo rende uno strumento filantropico innovativo?
Il Bando nasce nel 2020 da un’esigenza precisa: dare struttura, trasparenza e funzionalità all’attività filantropica del PIS. Stefano Cattaneo, il nostro Direttore, aveva avviato negli anni precedenti un intenso lavoro di networking che aveva fatto emergere una realtà sorprendente: c’era fame di sostegno, ma pochi sapevano che eravamo qui.
Ed è una cosa straordinaria se ci pensi: il Pio Istituto dei Sordi è l’unico ente a livello nazionale che si dedica specificamente al sostegno di progetti sulla sordità. Eppure, fino a pochi anni fa, eravamo quasi un segreto.
La prima edizione, nel 2021, ha cambiato tutto.
Oggi il Bando ha raggiunto un livello di notorietà significativo e ogni anno il 70% dei partecipanti sono nuovi proponenti. I numeri raccontano questa crescita meglio delle parole: alla seconda edizione abbiamo ricevuto 34 candidature, di cui solo 2 dal Sud Italia. Nell’ultima edizione siamo arrivati a 39 proposte, con 9 organizzazioni meridionali. Un segnale che il nostro messaggio sta arrivando ovunque.
Sosteniamo progetti medio-piccoli, fino a 20.000€, con un contributo massimo di 7.000€. Può sembrare poco, ma in quattro edizioni abbiamo distribuito 317.000€ e dato vita a 53 progetti di inclusione molto diversi tra loro: festival, corsi di formazione, laboratori, ricerche, esperienze di socializzazione. Progetti che spaziano dalla cultura allo sport, dall’educazione al sociale.
Ma c’è qualcosa che va oltre i numeri. Ogni anno incontro organizzazioni che prima non conoscevamo, realtà che magari non avevano mai lavorato sulla sordità ma che hanno scelto di mettersi in gioco. E questi incontri attivano i territori, creano consapevolezza, costruiscono ponti verso l’accessibilità e la partecipazione delle persone sorde alla vita sociale.
I valori al centro: la persona prima di tutto
Che cosa significa concretamente porre come requisito progettuale “mettere la persona sorda al centro”?
Ogni attività del Pio Istituto dei Sordi, diretta o indiretta, ha un unico grande obiettivo: contribuire a un’inclusione sociale più ampia e reale, migliorare concretamente la qualità della vita delle persone con disabilità uditiva.
La sordità è un mondo incredibilmente eterogeneo.
Non esiste “UNA persona sorda”, esistono mille modi diversi di vivere questa condizione: dipende dal grado di perdita uditiva, dall’età in cui si manifesta, dalla riabilitazione, dall’identità culturale, dall’ambiente in cui si vive. È un universo di differenze.
Ed è proprio questa consapevolezza che guida il nostro lavoro. Il Pio Istituto dei Sordi ha scelto di mettere al centro la persona sorda, qualunque sia la sua storia, la sua identità, la sua esperienza. Senza distinzioni, senza gerarchie.
Questo è ciò che cerchiamo nei progetti che finanziamo: la volontà sincera di costruire ponti, di unire invece che dividere. Vogliamo sostenere chi sa rispondere ai bisogni certo, ma anche alle aspirazioni delle persone sorde. Perché una persona è veramente “al centro” solo quando può esprimersi integralmente, solo quando ha la possibilità di scegliere il proprio percorso di realizzazione.
Questa prospettiva valoriale ha una ricaduta molto concreta.
I progetti che scegliamo di sostenere sono quelli che coinvolgono direttamente le persone sorde fin dall’inizio, non alla fine quando ormai le scelte sono già state fatte. Sono quelli che costruiscono reti, che pensano a un’accessibilità a 360 gradi. Progetti che, qualunque sia il loro ambito, garantiscono partecipazione vera a tutte le persone sorde. E non solo a loro.
Il progetto che mi ha rubato il cuore
Francesca, tra tutti i progetti che hai valutato, ce n’è uno che ti ha rubato il cuore?
È una domanda difficile. In questi anni ogni progetto che ho letto mi ha toccata in modo diverso.
Progetti che rispondevano a bisogni che anch’io avevo affrontato nella mia esperienza; progetti di cui mi sono innamorata per l’innovazione; progetti semplici ma concreti, che ti mostravano il quotidiano di organizzazioni che non fanno notizia ma sono sempre in prima linea. E poi ci sono stati progetti che mi hanno fatto battere il cuore, ma che non avevano i requisiti per essere finanziati. Fa parte del gioco, ma non è mai facile.
Tra tutti uno lo ricordo con particolare emozione, soprattutto per la sua genesi. Arriva da Pisa, qualche anno fa. Un’associazione di medici, operatori sanitari e ricercatori che non si era mai occupata di sordità decide di rispondere a una richiesta rimasta inascoltata: quella di Michele, una persona sorda con impianto cocleare che sognava di istruire il proprio cane perché diventasse oltre al compagno fedele che era, anche un ausilio per la sua autonomia.
Per il nostro Consiglio di Amministrazione non è stata una decisione semplice. Finanziare un progetto sperimentale, rivolto inizialmente a un solo beneficiario, era un rischio. Ma abbiamo scelto di crederci, perché crediamo nelle relazioni di fiducia con le organizzazioni che sosteniamo. Vogliamo aiutarle a crescere.
Ed è stata una scommessa vinta. Negli anni successivi, grazie alle competenze acquisite con Michele, quel progetto ha potuto offrire formazione, consulenza e supporto ad altre persone sorde. Ognuna diversa dall’altra, ma tutte con le stesse esigenze di Michele. Quello che era nato come un esperimento è diventato un modello replicabile, una risposta concreta a un bisogno reale.
Un approccio che fa la differenza: nessuno deve restare indietro
Il tuo racconto appassionato, Francesca, ci ha svelato che dentro e dietro un Bando di finanziamento c’è molto più che asettica burocrazia, regole, dati e report.
Se dovessi scegliere quattro parole che sintetizzano l’essenza del Bando PIS, quali sarebbero?
Nessuno deve restare indietro.
Ecco, queste sono le parole che per me raccontano l’essenza del Pio Istituto dei Sordi e del suo approccio alla filantropia: il desiderio di sostenere non solo i progetti in sé, ma anche l’empowerment delle persone sorde.
Vi racconto un’ultima cosa che credo chiarisca bene questo approccio.
Quando il Bando è uscito per la prima volta, nessuna organizzazione di persone sorde ha partecipato. L’anno dopo è stata una. L’abbiamo sostenuta, ma non è riuscita a realizzare il progetto. Nel 2023 sono state quattro: una proposta è risultata inammissibile, tre sono state finanziate. Ma anche questa volta il tasso di successo nella realizzazione non è stato soddisfacente.
A questo punto, qualsiasi altra organizzazione avrebbe tratto le sue conclusioni: queste realtà non sono affidabili, meglio non dare loro altre opportunità. E avrebbe trovato, purtroppo, anche altri motivi per farlo, legati magari alle difficoltà comunicative nella relazione con questi enti.
Ma il PIS ha fatto una scelta diversa.
Perché noi conosciamo bene le numerose e diverse difficoltà che le persone con disabilità uditiva possono incontrare quando devono candidare un’idea progettuale a un possibile finanziatore. Le conosciamo e non le ignoriamo.
Così il Consiglio di Amministrazione continua a dimostrare attenzione all’autodeterminazione delle persone sorde nelle sue valutazioni e insieme ci facciamo carico di incontrare le realtà che ne fanno richiesta, di affiancarle nelle criticità, di ascoltare le loro istanze.
Questo approccio funziona? Porta risultati?
Nel 2025 quattro organizzazioni di persone sorde hanno partecipato al Bando. Due sono state finanziate: una ha già concluso e rendicontato correttamente il suo progetto, l’altra è stata accompagnata per superare alcune criticità ed è stata sostenuta attraverso altre linee di finanziamento.
Questo, per me, dimostra una cura che va oltre la logica del “progettificio”. È responsabilità. È consapevolezza del proprio ruolo, del proprio target, della propria unicità. È un forte legame con la funzione educativa che è all’origine del Pio Istituto dei Sordi.
È scegliere di accompagnare, non di giudicare. Di costruire insieme, passo dopo passo.