Intervista a Elena Radutzky 

Nata e cresciuta a New York, con doppia cittadinanza statunitense e italiana, Elena Radutzky è interprete, ricercatrice e tra le prime studiose della Lingua dei Segni Italiana. Ha fondato e diretto per 25 anni la Mason Perkins Deafness Fund Onlus. Le abbiamo chiesto di raccontarsi, e di dirci che cosa ha significato per lei il Premio Giulio Tarra alla Carriera. 

 

Una vita fatta di molte vite 

Ho avuto una vita molto varia. Mi sono laureata in lingue, ho studiato e lavorato in Spagna e in Italia per diventare interprete e in Brasile ho fatto fotogiornalismo per le Nazioni Unite. Ho formato giovani interpreti alla sede ONU di New York e ho lavorato dietro le quinte con i Muppets per l’Unicef. Poi ho fatto un dottorato in pedagogia, con una tesi sull’evoluzione morfofonologica della Lingua dei Segni Italiana. 

Per mia fortuna sono stata invitata a Washington alla Gallaudet University, l’unica università pensata per studenti sordi, dove la prima lingua è la lingua dei segni americana. Lì William Stokoe, il primo al mondo a fare ricerca su una lingua dei segni, mi ha insegnato come formare le persone sorde italiane a fare ricerca sulla propria lingua. Con una borsa Fulbright nel 1979-80 sono stata ricercatrice ospite al CNR, nel gruppo che ha condotto le prime ricerche sulla LIS. Ho lavorato anche alla Walt Disney a Roma, supervisionando l’adattamento in italiano di film e cartoni animati: un’esperienza utile anche per imparare a creare video multimediali per classi con alunni sordi e udenti. 

Costruire strumenti per andare avanti da soli 

Con la Mason Perkins Deafness Fund ONLUS, oggi a Siena, ci siamo dati una missione: contribuire a scoprire la potenzialità di bambini sordi e sordociechi, dando loro gli strumenti per andare avanti in autonomia. Poiché pochissime persone sorde frequentavano l’università e non c’erano interpreti LIS-italiano, ho convinto la Commissione Fulbright a creare il Fulbright Deafness Program, per offrire borse annuali a studenti sordi segnanti alla Gallaudet. Chi partiva doveva tornare in Italia e condividere l’esperienza con la comunità. Abbiamo poi invitato docenti, soprattutto sordi statunitensi, per workshop intensivi rivolti a tutte le persone che ruotano intorno ai bambini sordi e sordociechi, e abbiamo avviato la formazione degli interpreti. Tutti i progetti sono nati su richiesta della comunità sorda, e sono stati portati avanti da colleghe e colleghi sordi o insieme a loro, fin dall’inizio. 

Un filo conduttore 

Il Premio alla Carriera mi ha fatto riflettere a lungo. La mia vita lavorativa e culturale può sembrare un labirinto, in cui ogni sentiero pare diverso dall’altro. 

Eppure un filo c’è sempre stato: la necessità, e la forza, di contribuire a garantire totale accessibilità alla comunicazione a persone e gruppi ai quali la comunicazione, essenziale per ogni essere umano fin dalla nascita, è negata. 

La ricchezza della diversità 

Le tante comunità che ho conosciuto nel mondo mi hanno insegnato che, finché esiste la diversità, non esiste un “migliore” o un “peggiore”, ma solo il “diverso”. Senza contrasto non riusciamo a riflettere su ciò che facciamo. Dico sempre che finché non vediamo qualcuno mangiare con le bacchette, non ci mettiamo ad analizzare com’è fatta la forchetta: mangiamo e basta. Non vogliamo essere tutti uguali. Dobbiamo cercare la diversità con la fame! 

Il PIS visto da lei 

Ho seguito l’evoluzione del Pio Istituto dei Sordi in questi anni: ha creato una Fondazione che finanzia e accompagna progetti accessibili a tutte le persone sorde che hanno un piano per migliorare il loro mondo, che usino la lingua dei segni o no. È un istituto che racconta il proprio lavoro ma anche quello di altre associazioni ed enti: fanno… e fanno sapere! Dà importanza ai progetti sulla fascia 0-3 anni e alla ricerca sui dialetti della lingua dei segni, per preservare un patrimonio altrimenti destinato a scomparire. 

Oggi ha uno staff e un Board davvero eccezionali, persone con capacità diverse che collaborano davvero, dentro e fuori, in un ambiente positivo e flessibile. Qui non esiste il “giusto” o lo “sbagliato”, ma ciò che è appropriato o inappropriato in un dato momento e luogo. In un tempo di angoscia e di paura, in cui il “diverso” è in pericolo, l’Istituto ci dà sempre più speranza per il futuro. Sono sempre più orgogliosa del mio Premio alla Carriera Giulio Tarra.