di Elena Di Giovanni

La rivoluzione avvenuta negli ultimi anni in relazione al concetto e alla percezione della disabilità è significativa, complessa e impregnata di un’importante valenza sociale: il suo obiettivo primario è infatti quello di scardinare i vecchi paradigmi che vedevano la disabilità come una malattia da nascondere, da curare, molto spesso da emarginare. E certamente non come una condizione di unicità che merita adeguata valorizzazione e reale integrazione.

E’ una rivoluzione, questa, giocata in maniera sostanziale sul piano dei codici comunicativi, primi tra tutti quello verbale e quello iconico. In relazione al primo, ovvero alle lingue scritte e parlate, una volta abbandonate del tutto vecchie denominazioni (alcune delle quali ai giorni nostri fanno letteralmente rabbrividire) oggi si parla, in inglese, in italiano e sempre più in tutte le lingue del mondo di persone con disabilità: al centro di questa espressione ci sono appunto le persone, non le barriere e neppure le limitazioni psico-fisiche che ciascuna e ciascuno di noi può avere in forma permanente o temporanea. Inoltre, accanto alla parola persone troviamo una preposizione che aggiunge, non sottrae ma soprattutto non indica una carenza. In base a questa nuova espressione, le persone possiedono quindi una o più caratteristiche che le rendono uniche: sono persone con disabilità.

Sempre sul piano dei codici verbali, grazie all’impulso di grandi organismi internazionali come le Nazioni Unite, ma anche di importanti consorzi internazionali che raggruppano associazioni dedicate alla valorizzazione delle disabilità (www.inclusion-europe.eu) per indicare le diverse disabilità si parte sempre dalla parola persona. Diciamo pertanto persona con disabilità visiva, intellettiva, uditiva, persona nello spettro autistico, persona su sedia a ruote, e così via.

Questa rivoluzione linguistica trova le sue radici più recenti e indubbiamente più significative nella Convenzione delle Nazioni Unite per i Diritti delle Persone con Disabilità (UNCRPD), pubblicata a fine 2006 e ratificata da oltre 80 Paesi nel 2009. L’articolo 8 della Convenzione dice chiaramente che l’uso corretto del linguaggio ha come primo, importante effetto quello di accrescere il rispetto dei diritti di tutte le persone.

Spostiamoci ora sul piano della comunicazione non verbale. Nel 2015 la divisione di Graphic Design del Dipartimento dell’Informazione Pubblica delle Nazioni Unite commissiona e realizza un nuovo logo per indicare la disabilità, non senza difficoltà e numerose rielaborazioni. Il nuovo logo sostituisce quello a noi oggi ancora ben noto, che ritrae un uomo stilizzato seduto su una sedia a ruote, in posizione statica. Il nuovo simbolo ritrae invece un essere umano anch’esso stilizzato, inserito in un cerchio che vuole esprimere l’armonia tra tutte le persone nonostante la loro diversità. L’essere umano è chiaramente ispirato all’Uomo di Vitruvio di Leonardo da Vinci, di cui tuttavia perde i tratti maschili per acquisire, alle estremità di mani e piedi, delle piccole sfere anch’esse volte a sottolineare dinamismo, circolarità e potenzialità molteplici.

Quelli qui sopra esemplificati sono solo alcuni dei cambiamenti sul piano della comunicazione verbale e non verbale legata alla disabilità che di fatto riflettono una rivoluzione in divenire: finalmente superato il cosiddetto modello clinico che per secoli ha portato a considerare e rappresentare la disabilità come una malattia, da curare o da oscurare, oggi la disabilità deve essere vista come una condizione di diversità e unicità di cui la società tutta deve avere contezza, senza pregiudizi. In un mondo fino ad oggi ampiamente concepito e costruito in ottica abilitante, la disabilità è rimasta spesso ai margini non tanto per la sua essenza, quanto per un’errata configurazione del mondo e della società in chiave essenzialmente abilista.

Grazie a queste nuove visioni e forme di espressione, diviene appare sempre più importante e centrale l’ormai storico motto nothing about us without us (Charlton, 1998), per il quale non solo la disabilità va riconosciuta e valorizzata, ma le persone con disabilità vanno integrate stabilmente nella progettazione e creazione di spazi e servizi che siano, così facendo, realmente inclusivi.

Infine, tra i vari moti rivoluzionari legati ai concetti e alle parole riferiti all’universo della disabilità, troviamo oggi persone e istituzioni che propongono addirittura l’abbandono del termine disabilità. Personalmente, ritengo che l’eliminazione di una parola non possa in alcun modo corrispondere alla rimozione di una o più condizioni complesse o difficili. Al contrario, la parola disabilità deve restare e diventare, in ottica costruttiva, la forza motrice di cambiamenti ormai necessari e il segno dinamico ma tangibile di rinnovate consapevolezze.

Fonte: Sole 24 Ore: link