Viktoriia Roshchyna: una verità mutilata

Il corpo della giornalista ucraina restituito dalla Russia senza organi interni.

Viktoriia Roshchyna non era solo una giornalista: era una testimone diretta del dramma che ogni giorno si consuma nell’Ucraina occupata. Con il suo lavoro per testate come Hromadske RadioUkrainska Pravda e Radio Free Europe/Radio Liberty aveva saputo raccontare al mondo la brutalità quotidiana dell’occupazione russa dando voce alle vittime, alle comunità spezzate, alle persone civili oppresse.

Nel 2022, dopo essere stata arrestata dalle forze russe nelle regioni di Zaporizhzhia e Donetsk, aveva comunque scelto di non arrendersi pur consapevole dei rischi, tornando così sul campo fedele alla sua missione: documentare la realtà intorno a lei senza filtri.

La sua scomparsa il 3 agosto 2023, durante un reportage nelle aree sotto controllo russo, ha immediatamente destato preoccupazione. Tuttavia, solo nove mesi dopo Mosca ha ammesso formalmente di detenerla, senza offrire ulteriori dettagli. Un silenzio carico di presagi culminato nel più disumano dei modi.

Il ritorno del corpo e l’orrore svelato

Il 14 febbraio 2025, nell’occasione di uno scambio di persone cadute, il corpo di Viktoriia viene restituito all’Ucraina: un ritorno che porta con sé nuove domande e ulteriore orrore.

La salma, etichettata cinicamente come “maschio non identificato” nei documenti russi, viene riconosciuta grazie all’analisi del DNA. Le perizie forensi rivelano però l’indicibile: mancano il cervello, gli occhi e parte della trachea, mentre tutto il corpo presenta dei lividi estesi, una costola rotta e tracce di possibili scariche elettriche.

Persone specialiste hanno confermato ciò che in realtà è drammaticamente banale da intuire: la rimozione degli organi pare essere stata un’operazione attuata per ostacolare qualsiasi tentativo di ricostruire le vere cause della morte. In particolare, la frattura dell’osso ioide (elemento compatibile con uno strangolamento manuale) suggerisce che la donna possa essere stata uccisa durante un interrogatorio sotto tortura.

Non si tratta quindi di un omicidio ma di un tentativo sistematico di distruggere la verità, di far sparire ogni prova, ogni indizio, ogni possibilità di giustizia.

Un crimine contro la libertà di stampa e contro l’umanità

La morte di Viktoriia Roshchyna non è un caso isolato ma una delle conseguenze di una politica che vede nella libera informazione un nemico da eliminare. Dal 2014, ovvero l’anno dell’invasione della Crimea, la Russia ha infatti progressivamente trasformato il giornalismo libero in un atto di resistenza: reporter, persone attivisti e oppositrici politiche, tanto in Russia quanto nei territori occupati, sono state perseguitate, incarcerate e talvolta uccise per aver osato raccontare ciò che è accaduto e sta continuando ad accadere in quei luoghi.

In questo contesto, il corpo mutilato della giornalista è il simbolo di una guerra che non si combatte solo con i carri armati e le bombe ma con la censura, la propaganda e la violenza mirata. Una guerra contro l’informazione, la memoria e l’umanità stessa. Così ogni volta che una o un giornalista viene ridotto al silenzio la società civile perde un pezzo della propria libertà.

Il silenzio e la complicità italiana

Se da un lato quanto accaduto a Roshchyna scuote – fortunatamente – le coscienze, inquietante è il silenzio di una buona parte della comunità internazionale. In questo, l’Italia merita una menzione critica (strano, ve’?).

Sappiamo bene come negli ultimi anni il nostro Paese ha mantenuto un atteggiamento ambivalente nei confronti della Russia: da un lato aderendo formalmente alle sanzioni europee, dall’altro continuando a coltivare legami economici, politici e culturali che svuotano di significato ogni condanna ufficiale. D’altronde Putin resta un grande “amicone” per buona parte della maggioranza attuale di Governo, non ultimo del Ministro Salvini che non perde occasione per ostentare la sua stima e simpatia nei confronti del Cremlino, nel migliore dei casi con qualche slancio di dichiarazioni ambigue e tentativi di “normalizzare” i rapporti con Mosca in nome dell’interesse nazionale (nei fatti, però, potremmo definire tutto questo “complicità morale”).

Ogni gesto di indulgenza verso la Russia di Putin, ogni stretta di mano e ogni apertura diplomatica, pesa come un macigno sulla memoria di Viktoriia Roshchyna e di tutte le vittime della repressione. Eppure proprio chi ha il compito di guidare una nazione pare sempre più dimenticarsi come la libertà non si difenda attraverso i proclami ma con le scelte concrete, e in tal senso continuare a trattare il regime russo come un interlocutore legittimo equivale a tradire i valori fondamentali su cui si fonda la nostra stessa civiltà.

Una memoria da custodire e un impegno da rinnovare

Se ho voluto brevemente raccontare questa drammatica storia è perché ritengo che il coraggio della sua protagonista, così come il tragico epilogo, ci imponga una riflessione: quanto vale, oggi, la libertà di informazione? Quanto siamo disposti a difenderla davvero?

Non basta indignarsi di fronte alle atrocità: serve coerenza, serve lo stesso coraggio di Viktoriia seppur con i mezzi, le possibilità e capacità che abbiamo, qualunque esse siano. E poi serve anche che le democrazie europee, Italia inclusa, si schierino senza ambiguità contro chi la libertà la sopprime con la violenza.

Tutelare la memoria di giornaliste e giornalisti, attiviste e attivisti, persone “sovversive” come Roshchyna, in cerca della verità, non è solo un atto di giustizia nei suoi confronti ma anche una battaglia per il futuro di tutti noi. È la scelta di stare dalla parte corretta della storia, anche quando costa caro.

Perché ogni volta che una voce libera viene ridotta al silenzio il mondo intero si fa un po’ più buio. E solo ricordando, solo resistendo, possiamo sperare di riportare la luce.

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